#CoronaVirus – AIUTIAMO I NOSTRI MISSIONARI!

Il CoronaVirus non ha confini! E’ arrivato anche nelle terre più povere del mondo!

Dopo aver sentito i missionari presenti nelle diverse terre di missione e appresa la loro difficoltà a combattere questa emergenza sanitaria che è giunta appunto anche in diversi Paesi dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia come Centro Missionario della Diocesi di Fano Fossombrone Cagli Pergola abbiamo deciso di aprire una RACCOLTA FONDI  per sostenere il lavoro emergenziale dei nostri missionari e missionarie nel mondo!

AIUTIAMO I NOSTRI MISSIONARI !

Dona a:
Diocesi di Fano Fossombrone Cagli Pergola – Centro Missionario Diocesano
IBAN IT20U0851968550000000000984
Causale: EMERGENZA COVID19

Al momento grazie contributo della nostra Diocesi, di Caritas Diocesana, del vescovo Armando e di diversi soggetti privati sono stati raccolti €4.550.
Abbiamo provveduto a destinare €500 al fondo di solidarietà istituito dal Papa.

Nel corso di questi mesi, inoltre abbiamo così sostenuto le diverse realtà missionarie amiche:
– 500€ a padre Renato Saudelli missionario in Etiopia originario di Orciano di Pesaro;
– 500€ a suor Daniela Alborghetti missionaria in Tanzania, conosciuta da molti per il suo servizio prestato alla casa di riposo di Mondavio per diversi anni;
– 500€ a padre Gabriel, missionario in Sud Africa;
– 500€ a suor Elisa Lazzari, missionaria Saveriana in Congo;
– 500€ a padre Diego Pelizzari, missionario Saveriano in Brasile;
– 500€ a padre Cassiano Kalima, missionario in Mozambico.

Proseguiremo il nostro lavoro di sostegno ai missionari cercando di aiutare ancora quanti si trovano in difficoltà in base alle richieste che perverranno.

Riportiamo di seguito le notizie che ci giungono:

Padre Renato Saudelli, missionario della Consolata, originario di Orciano di Pesaro, ci ha detto che molte persone si trovano in difficoltà in Etiopia, ugualmente padre Serge missionario Saveriano in Camerun ci ha raccontato come, limitare gli spostamenti delle persone che vivono alla giornata, vuol dire portarli alla fame e alla morte.

Anche in Burundi la situazione inizia ad essere abbastanza problematica. “I dati sui contagi e i morti forniti dal Governo e da altre fonti sono molto discordanti – ci raccontano i missionari della congregazione degli Apostoli del Buon Pastore e Regina del Cenacolo – perché ci nascondono le notizie relative a questa situazione emergenziale ? Questo lunedì, (27 aprile ndr.) – proseguono – parte la campagna elettorale per le nuove elezioni politiche. Dov’è sta la verità ?. Uniti nella preghiera“.
AGGIORNAMENTO NOVEMBRE 2020: “Buongiorno, i nostri due sacerdoti, apostoli del Buon Pastore, padre Berchmans e padre Prosper, missionaria in Ciad nella Diocesi di Pala, stanno soffrendo di Covid19. Preghiamo per loro. Nelle parrocchie le messe e le attività sono sospese”.

Suor Daniela Alborghetti, dalla Tanzania, ci ha comunicato la sua preoccupazione per l’evolversi della pandemia, la situazione più critica è a Dar Es Salamm. Inoltre ci ha reso noto del lavoro di informazione e di prevenzione sanitaria che come comunità di missionarie stanno mettendo in atto, nella loro missione nella regione di Mwanza, fin dall’inizio dell’emergenza.
Qui a Mwanza abbiamo solo tre casi confermati – ci aggiorna suor Daniela. Prosegue –  ovviamente un lockdown sarebbe davvero critico e la gente rischierebbe di morire di fame prima che per il coronavirus! Noi abbiamo dovuto sospendere tutte le attività di evangelizzazione, ma stiamo cercando di continuare ad aiutare la gente attraverso l’educazione sanitaria e la produzione di mascherine, che ovviamente per la gente comune sono attualmente introvabili.

Sempre dalla Tanzania ci giungono nuove brutte notizie: aumentano i morti e il governo nazionale sta cercando di non comunicare i dati ufficiali di questa emergenza anzi tranquillizza la popolazione dicendo che questa pandemia  è solo una punizione divina invitando quindi i fedeli a pregare.
In questa situazione precaria e confusa, inoltre sempre fonti governative parlano anche di un presunto medicinale prodotto da una casa farmaceutica di un altro Paese africano che cura e previene la diffusione del coronavirus. Queste due notizie stanno portando la gente del Paese a diminuire  il livello di prevenzione e attenzione con il conseguente aumento di contagi, malati e morti.
Ci raccontano inoltre – come possiamo leggere anche di seguito nell’articolo della rivista Nigrizia –  che le politiche negazioniste del Presidente tanzaniano impediscono al resto del mondo di conoscere la reale portata della diffusione del coronavirus nel Paese. Intanto, per promuovere il turismo, il Paese ha riaperto i voli internazionali perché afferma John Pombe Magufuli, il Presidente della Tanzania – “La nostra economia viene prima della lotta al Covid-19“.

Ulteriori informazioni, sulla critica situazione in Tanzania, sull’articolo di Nigrizia: clicca qui.

Suor Daniela ci ha inviato questo articolo dicendoci che questa è la loro situazione e che purtroppo non è possibile conoscere realmente lo sviluppo pandemico in Tanzania.

AGGIORNAMENTO OTTOBRE 2020: “Carissimi Marco e amici del CMD, qui in Tanzania sembra non ci siano problemi per quanto riguardo l’aspetto sanitario, mentre dal versante politico il clima è un po’ teso: ad ottobre ci saranno le elezioni presidenziali e la libertà di espressione è molto limitata…
Se si è in linea con l’uscente Presidente e, secondo le previsioni, anche prossimo tutto bene, altrimenti meglio non esprimersi.
Purtroppo soprattutto per quanto riguarda l’informazione c’è ormai una sola voce udibile per cui su tante realtà è difficile avere un quadro reale!
Però continuiamo a cercare di portare la Parola che libera nella speranza che anche la nostra gente possa alzare il capo ed esprimersi liberamente.
Un ricordo nella preghiera e un abbraccio forte!  S.Daniela”

AGGIORNATO NOVEMBRE 2020: “Buongiorno a tutti! Qui la situazione è abbastanza tranquilla per ora: stiamo cercando di capire come evolverà la situazione a livello politico, speriamo che non ci siano ulteriori riduzioni della libertà personale! Un abbraccio e una preghiera per i fratelli che stanno vivendo situazioni tese e difficili!”.

Padre Claudio Brualdi, missionario in Colombia a Bogotà ci ha detto che anche lì sono confinati in casa da una ventina di giorni. Al momento ci sono circa 4 mila contagiati e una ottantina di morti.

Padre Tommaso Robin dall’India ci ha raccontato che la situazione è  critica, ci sono diversi morti più al nord rispetto al sud del Paese. Da diverse settimane stiamo vivendo le restrizioni, l’isolamento e usciamo solo per urgenze.

Anche padre Cassiano Kalima, missionario della Consolata in Mozambico ci aggiorna sulla situazione pandemica.Qui nel centro di spiritualità e missione di Laulane a Maputo abbiamo sospeso tutte le attività di animazione e i ritiri spirituali, anche se i casi sono pochissimi ancora. Sappiamo, il Mozambico non è una eccezione. Il virus è qui. L’incapacità di fare il test è la sfida maggiore. Quindi la gente non ha neanche fiducia nelle cifre che vengono annunciate. In ogni modo, come vedi nella foto, mancano anche i dispositivi base per la salute come come le maschere e cosi dicendo. Stiamo lavorando, con i mezzi che abbiamo per divulgare le misure base di protezione e contenimento”.
In un successivo aggiornamento (17 giugno), padre Cassiano Kalima ci comunica che la situazione inizia a preoccupare di più, i numeri aumentano e si sta andando verso il picco dei contagi. “Inoltre siamo preoccupati  – ci racconta – perchè al nord del Mozambico, nella Diocesi di Pemba ci sono stati attacchi terroristici alle chiese…che ha portato a numerosi cristiani feriti e impauriti. Ci sono state  diverse chiese che sono state attaccate, vandalizzate e bruciate e ci sono molti cristiani rifugiati in altre zone della nazione. Non ci fermeremo nell’avere speranza!”.

AGGIORNAMENTO OTTOBRE 2020: “Buongiorno. Grazie mille. Sì siamo in ottobre missionario. In Mozambico siamo in una confusione. I casi aumentano. I test non ci sono e là dove si possono fare son carissimi. Meno male pian piano i luoghi di culto son riaperti seguendo dei protocolli rigidi sanitari…peró non ci fermiamo. Pian piano portiamo avanti il Vangelo della speranza, chi é quello che la stramaggioranza ha bisogno perche la gente é stanca e col futuro non tanto chiaro. Saluti a tutti! padre Cassiano”.

AGGIORNAMENTO NOVEMBRE 2020: “In Mozambico la situazione è come prima. I casi salgono, però noi come Chiesa pian pian ritorniamo alle messe e all’attività seguendo le misure sanitatarie”.

Anche padre Diego Pelizzari, missionario saveriano dal Brasile ci aggiorna “Il primo caso confermato è del 27 febbraio. Ieri (16 aprile ndr) i decessi (ufficiali) erano 2200, positivi mi pare 65 mila. Noi della pastorale indigenista della regione sud ci preoccupiamo soprattutto con i villaggi più a rischio, situati sul confine col Paraguay. Gli Awá Guarani sono i piú vulnerabili essendo costretti a dover uscire dai villaggi per provvedere ai generi alimentari. L’indicazione che diamo è che rimangano isolati in foresta e che lascino entrare solo il personale del Ministero della Sanità ed i volontari che consegnano donazioni di alimenti. Se i Guarani escono sono soggetti al coronavirus – che provocherebbe una strage nei villaggi – se rimangono in foresta muoiono di fame. Noi siamo parte di un coordinamento che mira distribuire un minimo necessario di aiuti alimentari nei villaggi, in modo che l’isolamento sociale sia possibile.”

In Brasile, la situazione è diventa molto preoccupante. I dati aggiornati a maggio sono allarmanti e il rischio è diventato alto per tutti.
Riportiamo la nota – che ci ha inviato padre  Pelizzari – della Conferenza Episcopale dei Vescovi dell’Amazzonia brasiliana del 4 maggio, sulla situazione delle persone e della foresta in questo contesto di emergenza.

Nota Comissão Amazônia – ITA – CLICCA QUI PER LEGGERLA!

I dati ufficiali dei morti in Brasile sono circa 18 mila al 19 maggio, rispetto ai 0 morti dichiarati dalle fonti governati il 13 marzo. La situazione – ci racconta padre Diego Pelizzari – è molto preoccupante ora.

Infine anche padre Gabriel, missionario della Consolata dal Sudafrica ci riferisce com’è la situazione nella sua realtà missionaria. “Il sabato Santo 2020, abbiamo avuto un incontro ecumenico (mantenendo la distanza di un metro tra di noi) convocato dal consigliere della nostra zona. Ci racconta padre Gabriel – il suo motivo era quello di mettere tutte le Chiese del nostro quartiere insieme con l’obbiettivo di raccogliere cibi di base per aiutare i poveri del nostro quartiere in questa situazione emergenziale. La risposta, sia dei pastori e dei fedeli è stata più che generosa. E quindi dal lunedì successivo ci siamo trovati come pastori e sacerdoti a fare i pacchi per famiglie. Nei giorni successivi abbiamo donato oltre 400 pacchi alle famiglie. È veramente bello poter far sorridere qualche bambino, ma ancora più bello è vedere l’unita tra le Chiese davanti a questa pandemia perchè a fare tutti questi pacchi eravamo solo noi pastori e sacerdoti delle Chiese cristiane della zona.”

 

a cura di Marco Gasparini e Michele Montanari

(ultimo aggiornamento: 21 novembre 2020)

 

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“In Burundi è così!”

Alessia di San Costanzo ed Eleonora hanno vissuto un’esperienza missionaria in Burundi nel mese di settembre scorso, grazie al Centro Missionario Diocesano, nelle realtà sostenute dall’associazione Urukundo onlus di Fossombrone.

LA TESTIMONIANZA DI ALESSIA

SAN COSTANZO – Se chiudo gli occhi è questo che riesco a vedere pensando, al Burundi, a Gitega: movimento, caos, colori.
Questo viaggio mi ha lasciato un insieme di sensazioni che mi frullano per la testa. Rivedo il disordine delle strade sconnesse: biciclette cariche di ogni oggetto possibile e immaginabile, donne che lavorano tenendo con sé il proprio bambino avvolto in quelle stoffe meravigliose, bambini sorridenti che si divertono con il nulla. Ogni volta che io ed Eleonora, la mia compagna di viaggio, salivamo in macchina con padre Zenon, il viaggio diventava una sorta di avventura, uno slalom tra biciclette, persone, animali… ma lui ci diceva: “In Burundi è così!”.

Resta una grande emozione nel ricordare i volti sorridenti di queste persone, ma resta però nel cuore anche una grande tristezza nel pensare a quanto tutta questa gente sia lasciata sola, completamente inascoltata e succube di uno Stato assente, costretta purtroppo a convivere con quella situazione, che sembra ormai essere diventata per loro la normalità. Riguardando le foto a distanza di qualche giorno dal mio ritorno penso a quanto io possa essere stata fortunata ad aver avuto la possibilità di vedere quella realtà con i miei occhi, dal momento che si parte con tutta la voglia e l’entusiasmo di potersi sentire utili di potersi mettere a servizio dell’altro.. Ma la realtà è che quello che questo tipo di esperienze possono lasciare va ben oltre tutto questo. Non dimenticherò quella terra sabbiosa, di un colore così rosso che facevo fatica a lavarla via dei vestiti, che ne rimanevano impregnati: ecco, anche questi 23 giorni in Burundi lasceranno un segno indelebile.

Alessia Cignotti

www.urukundo-onlus.net
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“Tra le tante contraddizioni ci siano anche spazi di speranza”

Il segretario Filippo Bargnesi, “di passaggio” in Sud Africa, ci racconta la realtà che ha visitato e l’incontro con il nostro amico padre Gabriel.

Gabriel Kwedho, keniota e amico da tanti anni del Centro Missionario della Diocesi, negli anni della sua formazione in Italia ha partecipato a diversi campi missionari, ed ora è padre missionario della Consolata a Woodlands (Pieterzmarisburg, SA).

Il Sud Africa è una realtà molto complessa, una strada può dividere un quartiere benestante da una baraccopoli con case di lamiera e fango sommerse dall’immondizia. Entrambe parte della stessa parrocchia. “A volte non sai neanche, quando vengono in parrocchia, se sono parte di una o dell’altra realtà” racconta Gabriel, e continua – “con i parrocchiani stiamo cercando di aiutare la parte più povera del nostro territorio, coloro che vivono nello ‘slum’, oltre la strada. Ogni mercoledì alcune donne preparano un pasto caldo che viene distribuito gratuitamente ai più poveri. Ci siamo anche chiesti come fare per coinvolgerli attivamente in questa giornata, facendo contribuire anche loro con qualcosa. Abbiamo deciso così di donare alcune piantine da orto, che possono coltivare nei loro piccoli spazi tra le baracche, di modo che una volta cresciute possano portare e condividere un po’ della loro verdura”.

Gabriel ci racconta anche come tra le tante contraddizioni ci siano anche spazi di speranza: “è un Paese che ha da raccontare molto anche sull’immigrazione: in Sud Africa arrivano un sacco di immigrati dai Paesi africani limitrofi e anche da India e Asia. L’integrazione non è facile, ma spesso si realizza”.

Infine l’annuncio missionario “la realtà di Chiesa locale è molto complessa: da un lato molte persone sono distanti dalla fede e appartengono ormai a un mondo con uno stile occidentale secolarizzato, dall’altro nel territorio della parrocchia esistono una gran quantità di chiese protestanti, evangeliche, riformate, anglicane… Su questo aspetto l’esperienza che sto’ vivendo è molto interessante e positiva, all’insegna del dialogo ecumenico: per esempio il venerdì santo tutti gli anni facciamo una via Crucis unica per tutte le confessioni cristiane e durante l’anno organizziamo giornate comuni per le famiglie e incontri di preghiera”.

La speranza e l’augurio è di poter continuare questo rapporto di amicizia e sostegno reciproco nella preghiera e in una strada di progettualità missionaria.

Filippo Bargnesi
Segretario CMD Fano

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Il racconto missionario di Giulia e Eugenio

Quattro ragazzi tra i 18 e i 32 anni provenienti da varie parti della diocesi di Fano, Fossombrone, Cagli e Pergola hanno dedicato un mese della loro estate 2018 ad un’esperienza in missione.
La meta è stata Gitega, Burundi, ospiti dei Padri del Buon Pastore e della Regina del Cenacolo, che da ormai tanti anni, sostenuti anche dalla diocesi di Fano e dall’associazione Urukundo onlus, conducono progetti a favore dei pigmei, la parte più povera della popolazione burundese.

Qui il racconto di due di loro, Giulia e Eugenio.

Giulia ci racconta la sua esperienza estiva in Burundi

“Ciao, sono Giulia! Sono una ragazza di 20 anni e ho deciso di fare un’esperienza in Burundi per mettermi in gioco in una cosa che a pelle mi “ispirava”, anche se la scelta di partire è stata un po’ lunga, dato che l’idea mi è venuta circa due anni fa quando mi hanno regalato, per il mio diciottesimo, dei soldi per un viaggio; non conoscevo bene l’associazione , avevo solo sentito parlare di alcuni progetti e avevo ascoltato qualche resoconto del viaggio … beh alla fine è stata un’esperienza che mi ha dato più di quanto potessi immaginare: è stato davvero bello vedere e vivere un altro mondo, così diverso e lontano dalla nostra quotidianità, e sentircisi comunque bene.

Quando mi chiedono cosa sono andata a fare faccio sempre un po’ fatica a rispondere, perché non è un’esperienza di volontariato come siamo soliti intendere, è una vera e propria esperienza di condivisione della vita dei preti, dei fratelli e dei novizi della Congregazione in cui siamo stati ospitati: nonostante la diversità culturale, di abitudini e di visioni abbiamo condiviso la quotidianità di questi ragazzi di 25-30 anni, abbiamo parlato, riso e scherzato con loro.

Prima di partire un amico che sapeva delle mie preoccupazioni e dei tentennamenti sul viaggio e su quello che avrei fatto, mi ha detto “Porta te stessa”: questo ho cercato di fare nelle visite, negli incontri, nei momenti passati con i novizi e anche nel piccolo progetto delle CAM. E questo è quello che mi sento di consigliare a chiunque stia pensando alla partenza: portate voi stessi, quello che siete, e vivete tutto senza aspettative, con gli occhi spalancati, pronti a trarre il possibile da ogni momento.

Quelli della congregazione ci chiamano “visitatori”, ed è questo che praticamente abbiamo fatto: visitare il paese e i progetti di Urukundo e della Congregazione, che sono volti a cercare di migliorare le condizioni di vita dei pigmei, gli ultimi del Burundi, di questo paese che chiamano il “cuore malato” dell’Africa. Visto che avevamo raccolto delle donazioni prima di partire, con un aperitivo di beneficienza, abbiamo cercato di capire quale fosse il modo migliore di destinarle, chiedendo nei villaggi quali fossero i loro problemi, e sulla base di ciò abbiamo deciso di acquistare delle Carte di Assicurazione Medica (CAM) per circa 350 famiglie. Mi è piaciuto tantissimo trovare un progetto pratico da portare avanti, e adoperarmi per realizzarlo: per acquistare queste carte abbiamo dovuto fare dei veri e propri censimenti di 5 villaggi, con tanto di fototessera per ogni genitore. (foto in allegato)

È stato difficile all’inizio constatare che ci sono tanti problemi e che né noi in quel momento né l’associazione in generale poteva pensare di risolvere a breve. Ho provato un iniziale sentimento di impotenza nel confrontarmi con la realtà dei villaggi (e non solo, anche con quella del mercato di Gitega, dell’orfanotrofio, di Ipred, ovvero il centro per ragazzi di strada, del centro disabili). Uno dei primi giorni abbiamo conosciuto una suora italiana, Suor Erica, e parlandole di questo senso di impotenza, lei mi ha risposto: “Non è vero che non potete fare niente, potete portarci nel cuore”. Ed è questo che voglio fare ora, e voglio anche cercare di trasmettere e diffondere in Italia il più possibile di quest’esperienza, lo devo a tutti loro. Anche se ci sembra di non poter fare niente, e che alla fine le donazioni siano solo soldi, per loro questo vuol dire molto, e non solo in termini economici: quando abbiamo incontrato i 9 ragazzi del progetto Università è stato bello sentirsi dire, con gli occhi pieni di gratitudine “Grazie. Senza l’associazione e senza le donazioni noi non potremmo fare questa vita, tutto questo lo dobbiamo a voi”. Incontrarli, vedere la “fine” di un progetto per me è significato molto: dopo un mio primo momento di sconforto per le condizioni apparentemente irrisolvibili in cui vivono nei villaggi, questi ragazzi, che fanno una vita completamente diversa da quella dei loro genitori e dei loro familiari grazie all’istruzione, mi hanno dato la speranza che anche per loro le cose possano cambiare, con il tempo, con la pazienza e con il nostro aiuto.

Le emozioni che ho provato nei villaggi, con i bambini incontrati lì o negli orfanotrofi, la serenità dei viaggi in macchina con della musica burundese in sottofondo e lo sguardo perso tra colline di terra rossa, la visione mozzafiato di un tramonto o di un’alba, ma soprattutto le persone che ho incontrato e con cui ho parlato in maniera sincera: queste sono le cose che mi porterò sempre nel cuore, nel “kumutima”, come dicono in Kirundi.”

Giulia

Le parole di Eugenio: un’esperienza che mi ha catturato

“Visitare questo paese per me è stato come realizzare un sogno che da tempo era dentro il mio piccolo cuore. Dico piccolo perché a completamento del viaggio che duro purtroppo solo un mese, ci si accorge di quanto, nella società attuale, si sia persa quella solidarietà e quella voglia di aiutare il prossimo e che di conseguenza il nostro cuore si sia di tanto rimpicciolito.

Il mio viaggio in Burundi (o per meglio dire il nostro viaggio, perché a farmi compagnia in questa splendida avventura c’erano anche Mattia, Giulia e Benedetta) cominciò il 25 Luglio, a distanza di una ventina di giorni dalla mia tanto attesa maturità.

Subito ad accoglierci e a dimostrarci un amore incondizionato c’erano i membri della congregazione degli Apostoli del Buon Pastore e della Regina del Cenacolo: una ventina di persone tra padri, fratelli, novizi, postulanti e collaboratori vari, che oltre a fornirci tutto l’aiuto possibile per rendere il nostro soggiorno “comodo”, dedicano la loro vita ad aiutare gli ultimi del Burundi: i Pigmei.

Nella Repubblica Democratica del Burundi vivono tre etnie distinte: gli hutu, i tutsi e i pigmei, che per motivi non discriminatori chiamavano “nostri amici”. Quest’ultima è in netta minoranza rispetto alle altre due etnie, una delle tante ragioni per cui i nostri amici sono emarginati dal resto della popolazione e vivono isolati nelle campagne in luoghi spesso impervi e privi di ogni contatto con la società.

Uno dei più grandi aiuti che i nostri amici ricevono sono opera dei membri della congregazione del Buon Pastore che grazie all’aiuto prezioso dell’Associazione Urukundo onlus, porta avanti numerosi progetti (mattone, carta d’identità, adozioni a distanza, università), volti ad aiutarli, cercando di renderli indipendenti e soprattutto autosufficienti.

In questi giorni abbiamo avuto l’opportunità di visitare numerosi villaggi, dove portavamo farina e pesce, caramelle per i più piccoli, del sapone per ogni famiglia e del vestiario. In media ogni villaggio è composto da circa 50 famiglie ed oltre ad essere stati completamente catturati dai quegli sguardi così autentici e sorridenti, effettuavamo una serie di domande per poter capire la situazione sociale, economica e soprattutto di salute degli appartenenti al villaggio. Dopo aver individuato i principali bisogni dei nostri amici e dopo un attento confronto con i padri e i fratelli della Congregazione abbiamo deciso di iniziare un piccolo progetto, ma che potrebbe dare loro un grande aiuto: le CAM (Cartes Assurance e Maladie). In sostanza si tratta di un’associazione medica che viene concessa famiglia per famiglia, grazie alla quale si può accedere più concretamente ai servizi medico sanitari, si usufruisce di un grande sconto sui medicinali e sulle cure e i bambini dai 5 ai 18 anni pagano una somma molto ridotta.

Le giornate erano piene e quando non avevamo la possibilità di visitare i villaggi, dedicavamo del tempo alla visita di strutture esterne alla Congregazione, come il complesso scolastico di grado superiore gestito è realizzato dalla comunità delle Suore Operaie: un istituto medico-pedagogico per bambini e ragazzi con disabilità fisiche e mentali, un orfanotrofio, un centro diurno per bambini di strada o con gravi problemi famigliari. Quest’ultimo è gestito da volontari e oltre a garantire ai bambini due pasti al giorno, realizza laboratori per la costruzione di piccoli oggetti fatti a mano.

È stato incredibile il fatto di poter toccare con mano questi progetti, una gioia immensa per me passare del tempo con i ragazzi che frequentano l’università (tramite il progetto università) e vedere la trasformazione è il processo culturale che dal villaggio isolato li ha portati ad ottenere una laurea.

Un sincero ringraziamento va fatto alla Congregazione del Buon Pastore, che ci hanno messo a disposizione l’alloggio e che ogni giorno cercavano di farci sentire come “a casa”. Un’esperienza tutta da vivere che ti lascerà nel cuore un senso di profonda commozione verso tutto quello che significa vivere in un ambiente così povero e ostile. Un’avventura che vale la pena di intraprendere; un percorso che all’inizio potrà sembrar difficile, ma che poi ti cattura e non ti lascia più. Un sogno che si è realizzato.”

Eugenio

 

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Estate in Burundi: racconti di un viaggio nel cuore “malato” dell’Africa

Quattro ragazzi tra i 18 e i 32 anni provenienti da varie parti della diocesi di Fano Fossombrone Cagli  Pergola hanno dedicato un mese della loro estate 2018 ad un’esperienza in missione. La meta è stata Gitega, Burundi, ospiti dei Padri del Buon Pastore e della Regina del Cenacolo, che da ormai tanti anni, sostenuti anche dalla diocesi di Fano e dall’associazione Urukundo onlus, conducono progetti a favore dei pigmei, la parte più povera della popolazione burundese.

Giulia ci riporta le emozioni vissute durante questo intenso mese: “Quando mi chiedono cosa sono andata a fare faccio sempre un po’ fatica a rispondere, perché non è un’esperienza di volontariato come siamo soliti intendere, è una vera e propria esperienza di condivisione della vita dei preti, dei fratelli e dei novizi della Congregazione in cui siamo stati ospitati” e aggiunge “Ho provato un iniziale sentimento di impotenza nel confrontarmi con la realtà dei villaggi (e non solo, anche con quella del mercato di Gitega, dell’orfanotrofio, di Ipred, ovvero il centro per ragazzi di strada, del centro disabili). Uno dei primi giorni abbiamo conosciuto una suora italiana, Suor Erica, e parlandole di questo senso di impotenza, lei mi ha risposto: “Non è vero che non potete fare niente, potete portarci nel cuore”. Ed è questo che voglio fare ora, e voglio anche cercare di trasmettere e diffondere in Italia il più possibile di quest’esperienza, lo devo a tutti loro”. Eugenio invece ci spiega la delicata situazione dei pigmei nel Paese e ci racconta il lavoro svolto nel tempo trascorso in missione: “Nella Repubblica Democratica del Burundi vivono tre etnie distinte: gli hutu, i tutsi e i pigmei. Quest’ultima è in netta minoranza rispetto alle altre due etnie: una delle tante ragioni per cui i pigmei sono emarginati dal resto della popolazione e vivono isolati nelle campagne in luoghi spesso impervi e privi di ogni contatto con la società.
Uno dei più grandi aiuti che i pigmei ricevono sono opera dei membri della congregazione del Buon Pastore che grazie all’aiuto prezioso dell’associazione Urukundo onlus, porta avanti numerosi progetti (mattone, carta d’identità, adozioni a distanza, università), volti ad aiutarli, cercando di renderli indipendenti e soprattutto autosufficienti. In questi giorni abbiamo avuto l’opportunità di visitare numerosi villaggi e abbiamo deciso di iniziare anche noi un piccolo progetto, ma che potrebbe dare loro un grande aiuto: le CAM (Cartes Assurance e Maladie). In sostanza si tratta di un’associazione medica che viene concessa famiglia per famiglia, grazie alla quale si può accedere più concretamente ai servizi medico sanitari” e conclude definendo l’esperienza “un sogno che si è realizzato”.

Filippo Bargnesi
responsabile partenti CMD Fano
volontario Urukundo ONLUS

IL RACCONTO DI EUGENIO E GIULIA:
https://www.ildiso.it/2018/09/il-racconto-missionario-di-giulia-e-eugenio/

 

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Qui i padri stanno tra la gente – Ilaria, esperienza breve in Mozambico

A dodicimila chilometri di aeroporti e di caffè, di corse e di attese, di cellulari scarichi e di risate nuove, in Africa, c’è il Mozambico.
E in Mozambico, a ore di macchina su strade di terra, buche e sassi, tra baobab e sacchi di carbone, tra capanne di fango e asini, ci sono le missioni di Changara, Boroma e Fingoe.
E questa è la mia storia. Nella missione.
Tre distretti della Diocesi di Tete, in zone distanti ma diverse tra loro soltanto per la vegetazione e alcuni gradi di temperatura.

Ma andiamo con ordine… io, Letizia e Melissa, dall’Italia.
Il viaggio verso Changara è stato solo il primo dei tanti che nelle nostre tre settimane di permanenza ci saremmo trovate ad affrontare. A bordo di un pick up, con un Padre missionario alla guida (a destra), una davanti e due dietro a sobbalzare, ascoltare musica africana e guardare sbalordite fuori dal finestrino. Col tempo avrei imparato anche a dormire, incurante delle frequenti battute di testa sul tettino.
Qui Padre Alone, Padre Lucas e Padre Abram portano avanti un “Internato”, ovvero una struttura che fornisce vitto e alloggio a bambini e ragazzi che frequentano le vicine scuole. A loro insegnano la preghiera, il canto, l’educazione e il rispetto per gli altri. Li responsabilizzano affidandogli piccole mansioni e soprattutto danno loro la possibilità di un’istruzione che, altrimenti – abitando in villaggi lontani dalle scuole – non potrebbero avere.
Come in tutte le missioni, anche a qui i Padri si occupano di evangelizzare le comunità circostanti e di portare aiuto concreto. In particolare a Changara vive un gruppo di anziani che sopravvive all’emarginazione sociale che in quasi tutta l’Africa le persone devono subire dopo essere diventate vecchie e improduttive.
Insieme a Padre Alone siamo arrivati in Zimbabwe, abbiamo fatto festa coi ragazzi e visitato case e anche partecipato a momenti di triste quotidianità, come un funerale e gli inconsueti riti che lo seguono.
Qui, come battesimo africano, abbiamo passato il tempo ad osservare e a fare domande, lasciando un po’ della nostra italianità tra  le prime, storpiate parole in portoghese e “mitiche” bruschette per cui verremo ricordate nei secoli dei secoli.

Un paio di giorni dopo, carichi di farina e di macchine da cucire, siamo in viaggio verso Boroma.
Boroma sorge sul Fiume Zambesi, ed è lì che è stata fondata la prima Missione alla fine del 1800 tra la vegetazione lussureggiante e la benedizione dell’acqua che permette di coltivare, di bere, di lavarsi e di fare tante altre cose che a noi sembrano totalmente scontate ma che in Africa – e lo scopriremo sempre di più andando avanti nei giorni – non lo sono affatto.
Qui si vedono donne che fanno il bucato o senza dover fare chilometri per approvvigionarsi di acqua o necessariamente aspettare la stagione delle piogge (che va da novembre e febbraio) ma con un occhio sempre attento: lo Zambesi è infatti popolato da ippopotami e coccodrilli…
Qui ci accoglie Madre Teresiña, una suora di origine brasiliana. Con lei conosciamo diverse realtà: dai mandriani con le mucche al pascolo, alle ragazze della scuola di cucito pomeridiana ai bambini della Scoliña (asilo).
Passiamo del tempo con questi ultimi: li vediamo accostarsi ordinatamente alla grande pentola in cui è stata appena cotta della polenta di miglio – cibo tipico di queste zone – ritirare tazza e cucchiaio e disporsi sulle stuoie a terra per mangiare il loro pasto. E poi ripetere in coro una sequenza di lettere scritte con un gesso sul pavimento, dondolarsi nelle altalene di corda e pneumatici, guardarsi il viso nelle foto dei nostri cellulari e ridere, ridere tanto.
Di loro portiamo a casa tanta vitalità, il rispetto che già in tenera età hanno l’uno per l’altro e la straordinaria indipendenza, nell’andare a scuola da soli già a poco più di due anni, nel lavarsi prima di prendere il piatto, nel fare la fila e mangiare in un modo così ordinato che sfido noi semplicemente alla cassa dell’autogrill.
E’ a Boroma che abbiamo passato il Ferragosto, trasportate sul cassone di un “carro” (auto) insieme a tante altre persone ma anche galline, borsoni, sacchi di semi… Lì abbiamo veramente capito cosa sono la fiducia e la generosità di questo popolo.
Nemmeno quelle che a noi sono sembrate interminabili ore – nell’attesa di un prete molto ritardatario – hanno minimamente destabilizzato tutte quelle persone che, pazientemente, hanno atteso la celebrazione della messa regalandoci lo spettacolo di un offertorio a dir poco inusuale sotto molti punti di vista. Tutte le donne disposte preventivamente fuori dalla Chiesa rientrano e, in fila per due, in una lunga danza al ritmo di bonghi donano alla Chiesa il poco che hanno: riso, pomodori, cavoli, farina. Ognuna col suo piccolo tesoro, ad affidare se stessa e la sua famiglia a Dio…

Il nostro percorso, quello di tre ragazze che non si conoscevano ma che – tra il parlare, mangiare, dormire e vivere questa straordinaria esperienza insieme – stanno diventando amiche vedrà la sua fine e contemporaneamente un nuovo inizio nei restanti 9 giorni che passeremo a Fingoe.
Sarà perché ci abbiamo passato molto tempo, sarà perché l’ho amata ancor prima di arrivarci attraverso i piccoli gesti di generosità che Padre Franco (padre missionario di origine torinese) ha rivolto continuamente verso i bambini che incontrava per strada, nelle sette ore di auto che ci separavano da Tete… Fingoe è stata per me LA Missione, la mia casa d’Africa.
Qui ho respirato l’umiltà dei fondatori, ho sentito sulla pelle l’affiatamento con la popolazione, ho visto negli occhi della gente la fiducia e la gratitudine che veniva sempre, sempre ricambiata.

Fingoe, la missione “in montagna” è giovane: 3-4 anni.
Qui i padri stanno tra la gente: le loro capanne si confondono perché sono fatte allo stesso modo: fango e paglia. Qui quando devo andare al bagno non posso fare più la schizzinosa a riempire la tavoletta di carta, perché tavoletta non ce n’è: una latrina, tra quattro lamiere. Da un anno, prima c’era una buca. Nella nostra capanna c’erano scorpioncini e insetti volanti delle dimensioni di una noce a fare compagnia la notte. Qui abbiamo capito davvero che noi alla fine eravamo anche fortunate perché bene o male il lusso di un materasso ce l’avevamo: molti, anche solo attraversando la strada no.
Qui, oltre allo storico Padre Franco, vivono anche Padre Edoardo, equadoreño, e Padre Giacinto, autoctono.
Quest’ultimo si impegna e dare supporto alla catechesi, all’educazione e all’istruzione di bambini di età diverse, dai 4 ai 12 circa e lo fa grazie anche all’aiuto di ragazzini poco più grandi, pieni di spirito e di voglia di fare.
A Padre Edoardo è affidata l’evangelizzazione delle comunità circostanti: realtà difficili, a volte al limite, dove l’unico conforto non può arrivare che dalla voce di Dio.
E poi tante altre persone strette intorno alla Missione: persone del luogo che con il vantaggio di conoscere la lingua del posto (dialetto africano) possono fare da interpreti o portavoce tra i Padri e le comunità più indietro.
Insieme a queste persone e alla loro generosità i Missionari della Consolata stanno portando avanti un progetto per istruire le Mulheres, cioè le donne, su lavori di cucito, piccole coltivazioni, manovalanze varie.
Qui abbiamo, oltre che come sempre dato una mano come potevamo, anche lasciato un segno indelebile del nostro passaggio: la scritta dipinta a mano sull’insegna della missione.

Andare via da Fingoe, tornare dall’Africa, dopo un viaggio che avrebbe dovuto durare 23 giorni e che invece è diventata la storia di una vita, di tante vite: la mia, quella di Letizia e quella di Melissa che non dimenticheremo mai questa esperienza, che porteremo nel cuore i tutti i sorrisi che abbiamo visto, tutte le risate che ci siamo fatte, tutto il tempo che abbiamo perso.. che dovevamo arrivare fino al sud dell’Africa per capire che non c’è tempo migliore.
Di noi, che torneremo qui.
Le vite di quelle persone che attraverso i nostri ricordi vivranno di quei luoghi, di quella gente. E che si faranno domande.
Le vite di chi è là, che non sono cambiate perché sono passata io, ma che non sanno quanto il loro passaggio ha cambiato la mia.
..che sarà diversa, che lo è già. Che prova ad iniziare sempre con un sorriso, che chiude il rubinetto dell’acqua o spegne la luce di più di frequente, che cerca di correre di meno e di godere di più e di dare di più.

“Basta una persona, un gesto, un momento per cambiare la tua vita per sempre, per cambiare la tua prospettiva, colorare il tuo pensiero. Un momento può costringerti a riconsiderare tutto quello che credi di sapere. Sai chi sei? Capisci cosa ti è successo? Vuoi vivere in questo modo?”

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