“Vedere, toccare, incontrare” a Castel Volturno – Il racconto del segretario Filippo Bargnesi

Un litorale di 27 km lungo cui corre l’antica via Domiziana in direzione di Napoli, questa è Castel Volturno. Negli anni ’60 meta di vacanze della facoltosa borghesia del centro-sud Italia e ora casa di più di diecimila migranti, soprattutto nigeriani e ghanesi: una piccola Africa che vive in questo pezzo di Italia sin dagli anni Ottanta mentre molti dei loro figli sono nati in Italia e hanno sempre vissuto in Italia, ma per una intricata burocrazia, spesso non italiani. Una realtà molto complessa, dove tuttora giungono molti migranti e in cui la voglia di integrazione e riscatto di tanti giovani si scontra con la malavita locale, la quale trae enormi profitti dallo sfruttamento del lavoro nero, dal traffico di droga e dalla prostituzione.

Dal 27 al 29 dicembre un gruppo di dieci giovani animatori del Centro Missionario della Diocesi di Fano Fossombrone Cagli e Pergola ha deciso di salire in macchina e recarsi proprio a Castel Volturno, dove una piccola comunità di Missionari Comboniani cammina insieme a queste persone, cercando di accompagnarli nel difficile percorso di integrazione e accoglienza. Sotto la guida di padre Daniele Moschetti e padre Filippo Ivardi, i ragazzi del Centro Missionario hanno vissuto alcuni giorni in una realtà ricca di testimonianza evangelica. Prima di tutto c’è stato il vedere: un lungo pomeriggio passato tra i luoghi significativi di Castel Volturno, come per esempio la strada dove nel 2008 sono stati assassinati dalla camorra sette migranti ghanesi, un gesto dimostrativo da parte della malavita locale; oppure la frazione di Destra Volturno dove giornalmente i missionari lavorano per l’integrazione delle comunità locali (92 nazionalità si contano nell’area) con corsi di italiano e doposcuola. Vedere e toccare quindi, camminando in un paese fatto spesso di scheletri di edifici e degrado, dove regna l’abusivismo spesso associato al riciclaggio, e dove tanti migranti hanno trovato alloggio anche grazie ai bassi prezzi che riescono a spuntare sugli affitti, accessibili anche alle loro misere paghe da braccianti agricoli in nero, senza nessun tipo di contratto e tutela, e per vivere in case senza alcun servizio essenziale.

Poi c’è stato l’incontro: testimonianze forti di coraggio. Appiah, partito ancora minorenne dal Ghana, ha attraversato il deserto con quarantanove compagni: solo in cinque sono riusciti a raggiungere la Libia, gli altri dispersi nel deserto. Poi le carceri libiche, la fuga, il lavoro nero nei cantieri edili libici e l’attraversamento del mare, perché non aveva scelta, riattraversare il deserto impossibile, nessun documento: o il mare o di nuovo le carceri libiche. Senza saper nuotare, tre giorni a bordo di un gommone, per diverse migliaia di euro, accantonate con fatica. Ora fa il mediatore culturale per l’Associazione Black&White dei Missionari Comboniani a Castel Volturno, ma vorrebbe che nessuno mai più affrontasse quello che lui ha dovuto affrontare. Blessing invece è partita dalla Nigeria, le avevano promesso un lavoro, e il lavoro era la strada, ma lei non lo sapeva.
E’ riuscita a scappare ma tante come lei non ce l’hanno fatta. Ora ha due figli, e anche lei vorrebbe che storie come la sua non si dovessero più raccontare. La domanda forte è stata ‘perché?’, non tanto perché succede questo o non solo, ma perché tanti giovani nel mondo hanno la possibilità di viaggiare, cercare opportunità e vivere le loro esperienze di vita, mentre altri giovani non possono uscire dai loro paesi se non attraverso la fuga, andando incontro ad esperienze terribili, e spesso la morte.

Ma anche testimonianze di luce in una terra martoriata. Alfonso, giovane professore, che dedica il suo tempo libero andando sulla strada ad incontrare le prostitute, per soccorrerle nei loro bisogni essenziali e cercando di liberarle dalla schiavitù dei loro padroni, un mercato che purtroppo non conosce crisi, spesso gestito dalla malavita locale. E infine l’incontro con la figura di Don Peppe Diana, sacerdote ucciso dalla camorra per il suo schierarsi a favore della giustizia senza compromessi, che ha ricordato come il dramma dei migranti si inserisce in una terra con un passato difficile non ancora superato. Così, nell’ultimo giorno, nella parrocchia di San Nicola a Casal di Principe, i ragazzi del Centro Missionario hanno potuto incontrare don Franco, successore di Don Peppe, e Augusto, testimone oculare dell’omicidio, che hanno raccontato uno spaccato di quegli anni fatti di sangue e violenza, silenzio e omertà. Hanno ricordato il coraggio di Don Peppe e la fatica di vivere in un contesto dove anche una parte della Chiesa si nascondeva, cercando di non compromettersi, senza denunciare apertamente quello che stava accadendo, ma non Don Peppe, e per questo ha pagato con la vita.

Dopo questi incontri, queste testimonianze, non può che restare dentro una scelta di impegno, una scelta per la giustizia, una scelta di parlare apertamente contro ogni potere inqualche modo legittimato o illecito che operi contro la dignità umana.


Filippo Bargnesi
segretario CMD Fano

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