“Come è bello vederli animati ed allegri anche quando alla sera non hanno un piatto da condividere”

Padre Leonello, missionario originario della nostra Diocesi, ora in Mozambico, ci ha inviato notizie a seguito del recente ciclone che ha devastato parte del Paese.

Carissimo Marco, solo ora, dopo una settimana di riposo a Tete, rispondo alla tua richiesta inviatami per avere notizie sul ciclone che ha distrutto la città di Tete e la maggior parte della regione.

Avrai avuto altre notizie e quindi ti dico qualche cosa tanto sul ciclone e su quanto stiamo facendo per aiutare quelli che più ne hanno sofferto le conseguenze.

Il 14 di marzo, giovedì, dal mattino il cielo si è fatto scuro ed un vento sempre più forte ci ha aggrediti obbligandoci a chiudere le finestre della casa, ricorrendo a fili di ferro per evitare che le aprisse, verso mezzanotte sembrava diminuire la forza del vento e pensavamo che lo spavento fosse finito. Purtroppo passato l’occhio del ciclone è aumento di nuovo la forza del vento ed abbiamo cominciato a sentire i colpi di tegole ed eternit sulla nostra casa e in meno di mezzora la pioggia ha inondato il primo piano ed a scendere dalle scale per il piano terra, inondando tutta la casa. Dandoci da fare siamo riuscito a salvare 4 stanze del piano terra e salvare qualche cosa. Solo dopo 12 giorni abbiamo rivisto l’energia elettrica, niente internet, niente telefono nulla di nulla per collegarci al mondo mozambicano e globale. Da una settimana sono a Tete ma non è tornata la normalità. Le case della città sono scoperte al 95%, case distrutte, solo due chiese sono rimaste col tetto, le altre o distrutte totalmente  o scoperte. Così si dica delle scuole, edifici pubblici, ospedali , case vecchie e nuove della città.

Perché sono ancora a Tete? ho avuto, penso uno sbalzo di pressione, ho perso molto sangue dal naso, ma sono riuscito  a ricuperare. Arrivato il padre Provinciale da Maputo ed ha presieduto la celebrazione della settimana Santa ed io sono stato obbligato a restare a casa la Domenica delle Palme, poi ho vissuto regolarmente la Pasqua con la Comunità parrocchiale che nella sofferenza della Quaresima ha vissuto la S. Pasqua con fede e ringraziamento al Signore. Il prossimo lunedì tornerò a Beira ma il 27 partirò per l’Italia per ferie e vedere se il Signore mi darà altro tempo per vivere  con questa famiglia a cui ora mi sento più unito. Spero che tutto vada bene e possa tornare e fare qualcosa per ricominciare una nuova vita piena di Speranza e di coraggio. Tante buone persone ci stanno aiutando e pensiamo con tali aiuti aiutarli ora e dopo nella ricostruzione delle loro casette.I miei compagni stanno aiutando con Kit di alimenti, di Igiene,ecc. cominciando dagli anziani, ammalati, orfani e vedove. Abbiamo dato una grande allegria ai bambini con un Kit di materiale scolare ed una borsa per mettere i pochi libri di cui usufruiscono.

Mi pare di avervi riassunto quello che stiamo vivendo e quanto sia grande la sofferenza dei più poveri, in particolare, ma come è bello vederli animati ed allegri anche quando alla sera non hanno un piatto da condividere. Sono Coraggiosi!


Dal 28 maggio sarò a casa di mia nipote a S. Michele al Fiume e potrete trovarmi se ancora posso esservi utile per il bene della nostra gente e di questa nostra gente mozambicana. Pregate per noi,

06 Maggio 2019
padre Leonello Betti

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Don Giancarlo De Santi in Burundi per l’inaugurazione della Scuola dei Mestieri dell’associazione Urukundo Onlus

FOSSOMBRONE – “Un sogno che finalmente si realizza, una scuola professionale per dare un futuro dignitoso a tanti giovani burundesi in particolare i pigmei”.

Con queste parole don Giancarlo De Santi, direttore del Centro Missionario Diocesano, ha annunciato la partenza di alcuni volontari per il Burundi per inaugurare la tanto attesa scuola dei mestieri che avverrà il 24 novembre. Vanda Dama, Bruno Rovinelli, Secchiaroli Sauro, Marta Sbrega, Gabriele Ceccorulli, Loris Rossi, Eleonora Bordoni, Nicola Di Simone, questi i nomi dei volontari che partiranno, insieme a don Giancarlo, dal 18.11.2018 al 08.12.2018, con destinazione Gitega Burundi.

Un viaggio atteso da anni questo, per poter aprire finalmente la tanto attesa scuola, un progetto sostenuto dall’Associazione Urukundo onlus che darà la possibilità a tanti ragazzi Pigmei di acquisire professionalità e imparare un mestiere, un segno di condivisione e di cooperazione che dà dignità e offre una opportunità vera e concreta di emergere dalla situazione di disagio sociale e povertà di questa popolazione. “Sto tornando in Africa per la quinta volta – ci racconta Bruno – perché mi piace l’ambiente, perché mi piacciono le persone, perché sto collaborando per portare a termine la scuola dei Mestieri” .“Sento nel mio cuore di fare questo viaggio e portare nel mio piccolo un aiuto – prosegue Eleonora – ma sono convinta che saranno loro che mi daranno tanto!”.”Inevitabilmente la parola Burundi mi fa andare col pensiero al ricordo di padre Ermann (fondatore della comunità “Apostoli del Buon Pastore” da poco scomparso n.d.r.) – conclude Nicola – e la certezza di non trovarlo ad attenderci stende per un attimo un velo di tristezza su questa partenza, ma è solo un attimo.

La gioia e l’ emozione di questo viaggio insieme a don Giancarlo e agli altri nostri amici mi solleva. Oltre alla gioia di vedere realizzato quello che sicuramente era il più grande sogno di padre Ermann, mi emoziona sapere che i nostri amici burundesi sono lì pronti a festeggiare il nostro arrivo”.

Marco Gasparini

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Il racconto missionario di Giulia e Eugenio

Quattro ragazzi tra i 18 e i 32 anni provenienti da varie parti della diocesi di Fano, Fossombrone, Cagli e Pergola hanno dedicato un mese della loro estate 2018 ad un’esperienza in missione.
La meta è stata Gitega, Burundi, ospiti dei Padri del Buon Pastore e della Regina del Cenacolo, che da ormai tanti anni, sostenuti anche dalla diocesi di Fano e dall’associazione Urukundo onlus, conducono progetti a favore dei pigmei, la parte più povera della popolazione burundese.

Qui il racconto di due di loro, Giulia e Eugenio.

Giulia ci racconta la sua esperienza estiva in Burundi

“Ciao, sono Giulia! Sono una ragazza di 20 anni e ho deciso di fare un’esperienza in Burundi per mettermi in gioco in una cosa che a pelle mi “ispirava”, anche se la scelta di partire è stata un po’ lunga, dato che l’idea mi è venuta circa due anni fa quando mi hanno regalato, per il mio diciottesimo, dei soldi per un viaggio; non conoscevo bene l’associazione , avevo solo sentito parlare di alcuni progetti e avevo ascoltato qualche resoconto del viaggio … beh alla fine è stata un’esperienza che mi ha dato più di quanto potessi immaginare: è stato davvero bello vedere e vivere un altro mondo, così diverso e lontano dalla nostra quotidianità, e sentircisi comunque bene.

Quando mi chiedono cosa sono andata a fare faccio sempre un po’ fatica a rispondere, perché non è un’esperienza di volontariato come siamo soliti intendere, è una vera e propria esperienza di condivisione della vita dei preti, dei fratelli e dei novizi della Congregazione in cui siamo stati ospitati: nonostante la diversità culturale, di abitudini e di visioni abbiamo condiviso la quotidianità di questi ragazzi di 25-30 anni, abbiamo parlato, riso e scherzato con loro.

Prima di partire un amico che sapeva delle mie preoccupazioni e dei tentennamenti sul viaggio e su quello che avrei fatto, mi ha detto “Porta te stessa”: questo ho cercato di fare nelle visite, negli incontri, nei momenti passati con i novizi e anche nel piccolo progetto delle CAM. E questo è quello che mi sento di consigliare a chiunque stia pensando alla partenza: portate voi stessi, quello che siete, e vivete tutto senza aspettative, con gli occhi spalancati, pronti a trarre il possibile da ogni momento.

Quelli della congregazione ci chiamano “visitatori”, ed è questo che praticamente abbiamo fatto: visitare il paese e i progetti di Urukundo e della Congregazione, che sono volti a cercare di migliorare le condizioni di vita dei pigmei, gli ultimi del Burundi, di questo paese che chiamano il “cuore malato” dell’Africa. Visto che avevamo raccolto delle donazioni prima di partire, con un aperitivo di beneficienza, abbiamo cercato di capire quale fosse il modo migliore di destinarle, chiedendo nei villaggi quali fossero i loro problemi, e sulla base di ciò abbiamo deciso di acquistare delle Carte di Assicurazione Medica (CAM) per circa 350 famiglie. Mi è piaciuto tantissimo trovare un progetto pratico da portare avanti, e adoperarmi per realizzarlo: per acquistare queste carte abbiamo dovuto fare dei veri e propri censimenti di 5 villaggi, con tanto di fototessera per ogni genitore. (foto in allegato)

È stato difficile all’inizio constatare che ci sono tanti problemi e che né noi in quel momento né l’associazione in generale poteva pensare di risolvere a breve. Ho provato un iniziale sentimento di impotenza nel confrontarmi con la realtà dei villaggi (e non solo, anche con quella del mercato di Gitega, dell’orfanotrofio, di Ipred, ovvero il centro per ragazzi di strada, del centro disabili). Uno dei primi giorni abbiamo conosciuto una suora italiana, Suor Erica, e parlandole di questo senso di impotenza, lei mi ha risposto: “Non è vero che non potete fare niente, potete portarci nel cuore”. Ed è questo che voglio fare ora, e voglio anche cercare di trasmettere e diffondere in Italia il più possibile di quest’esperienza, lo devo a tutti loro. Anche se ci sembra di non poter fare niente, e che alla fine le donazioni siano solo soldi, per loro questo vuol dire molto, e non solo in termini economici: quando abbiamo incontrato i 9 ragazzi del progetto Università è stato bello sentirsi dire, con gli occhi pieni di gratitudine “Grazie. Senza l’associazione e senza le donazioni noi non potremmo fare questa vita, tutto questo lo dobbiamo a voi”. Incontrarli, vedere la “fine” di un progetto per me è significato molto: dopo un mio primo momento di sconforto per le condizioni apparentemente irrisolvibili in cui vivono nei villaggi, questi ragazzi, che fanno una vita completamente diversa da quella dei loro genitori e dei loro familiari grazie all’istruzione, mi hanno dato la speranza che anche per loro le cose possano cambiare, con il tempo, con la pazienza e con il nostro aiuto.

Le emozioni che ho provato nei villaggi, con i bambini incontrati lì o negli orfanotrofi, la serenità dei viaggi in macchina con della musica burundese in sottofondo e lo sguardo perso tra colline di terra rossa, la visione mozzafiato di un tramonto o di un’alba, ma soprattutto le persone che ho incontrato e con cui ho parlato in maniera sincera: queste sono le cose che mi porterò sempre nel cuore, nel “kumutima”, come dicono in Kirundi.”

Giulia

Le parole di Eugenio: un’esperienza che mi ha catturato

“Visitare questo paese per me è stato come realizzare un sogno che da tempo era dentro il mio piccolo cuore. Dico piccolo perché a completamento del viaggio che duro purtroppo solo un mese, ci si accorge di quanto, nella società attuale, si sia persa quella solidarietà e quella voglia di aiutare il prossimo e che di conseguenza il nostro cuore si sia di tanto rimpicciolito.

Il mio viaggio in Burundi (o per meglio dire il nostro viaggio, perché a farmi compagnia in questa splendida avventura c’erano anche Mattia, Giulia e Benedetta) cominciò il 25 Luglio, a distanza di una ventina di giorni dalla mia tanto attesa maturità.

Subito ad accoglierci e a dimostrarci un amore incondizionato c’erano i membri della congregazione degli Apostoli del Buon Pastore e della Regina del Cenacolo: una ventina di persone tra padri, fratelli, novizi, postulanti e collaboratori vari, che oltre a fornirci tutto l’aiuto possibile per rendere il nostro soggiorno “comodo”, dedicano la loro vita ad aiutare gli ultimi del Burundi: i Pigmei.

Nella Repubblica Democratica del Burundi vivono tre etnie distinte: gli hutu, i tutsi e i pigmei, che per motivi non discriminatori chiamavano “nostri amici”. Quest’ultima è in netta minoranza rispetto alle altre due etnie, una delle tante ragioni per cui i nostri amici sono emarginati dal resto della popolazione e vivono isolati nelle campagne in luoghi spesso impervi e privi di ogni contatto con la società.

Uno dei più grandi aiuti che i nostri amici ricevono sono opera dei membri della congregazione del Buon Pastore che grazie all’aiuto prezioso dell’Associazione Urukundo onlus, porta avanti numerosi progetti (mattone, carta d’identità, adozioni a distanza, università), volti ad aiutarli, cercando di renderli indipendenti e soprattutto autosufficienti.

In questi giorni abbiamo avuto l’opportunità di visitare numerosi villaggi, dove portavamo farina e pesce, caramelle per i più piccoli, del sapone per ogni famiglia e del vestiario. In media ogni villaggio è composto da circa 50 famiglie ed oltre ad essere stati completamente catturati dai quegli sguardi così autentici e sorridenti, effettuavamo una serie di domande per poter capire la situazione sociale, economica e soprattutto di salute degli appartenenti al villaggio. Dopo aver individuato i principali bisogni dei nostri amici e dopo un attento confronto con i padri e i fratelli della Congregazione abbiamo deciso di iniziare un piccolo progetto, ma che potrebbe dare loro un grande aiuto: le CAM (Cartes Assurance e Maladie). In sostanza si tratta di un’associazione medica che viene concessa famiglia per famiglia, grazie alla quale si può accedere più concretamente ai servizi medico sanitari, si usufruisce di un grande sconto sui medicinali e sulle cure e i bambini dai 5 ai 18 anni pagano una somma molto ridotta.

Le giornate erano piene e quando non avevamo la possibilità di visitare i villaggi, dedicavamo del tempo alla visita di strutture esterne alla Congregazione, come il complesso scolastico di grado superiore gestito è realizzato dalla comunità delle Suore Operaie: un istituto medico-pedagogico per bambini e ragazzi con disabilità fisiche e mentali, un orfanotrofio, un centro diurno per bambini di strada o con gravi problemi famigliari. Quest’ultimo è gestito da volontari e oltre a garantire ai bambini due pasti al giorno, realizza laboratori per la costruzione di piccoli oggetti fatti a mano.

È stato incredibile il fatto di poter toccare con mano questi progetti, una gioia immensa per me passare del tempo con i ragazzi che frequentano l’università (tramite il progetto università) e vedere la trasformazione è il processo culturale che dal villaggio isolato li ha portati ad ottenere una laurea.

Un sincero ringraziamento va fatto alla Congregazione del Buon Pastore, che ci hanno messo a disposizione l’alloggio e che ogni giorno cercavano di farci sentire come “a casa”. Un’esperienza tutta da vivere che ti lascerà nel cuore un senso di profonda commozione verso tutto quello che significa vivere in un ambiente così povero e ostile. Un’avventura che vale la pena di intraprendere; un percorso che all’inizio potrà sembrar difficile, ma che poi ti cattura e non ti lascia più. Un sogno che si è realizzato.”

Eugenio

 

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Estate in Burundi: racconti di un viaggio nel cuore “malato” dell’Africa

Quattro ragazzi tra i 18 e i 32 anni provenienti da varie parti della diocesi di Fano Fossombrone Cagli  Pergola hanno dedicato un mese della loro estate 2018 ad un’esperienza in missione. La meta è stata Gitega, Burundi, ospiti dei Padri del Buon Pastore e della Regina del Cenacolo, che da ormai tanti anni, sostenuti anche dalla diocesi di Fano e dall’associazione Urukundo onlus, conducono progetti a favore dei pigmei, la parte più povera della popolazione burundese.

Giulia ci riporta le emozioni vissute durante questo intenso mese: “Quando mi chiedono cosa sono andata a fare faccio sempre un po’ fatica a rispondere, perché non è un’esperienza di volontariato come siamo soliti intendere, è una vera e propria esperienza di condivisione della vita dei preti, dei fratelli e dei novizi della Congregazione in cui siamo stati ospitati” e aggiunge “Ho provato un iniziale sentimento di impotenza nel confrontarmi con la realtà dei villaggi (e non solo, anche con quella del mercato di Gitega, dell’orfanotrofio, di Ipred, ovvero il centro per ragazzi di strada, del centro disabili). Uno dei primi giorni abbiamo conosciuto una suora italiana, Suor Erica, e parlandole di questo senso di impotenza, lei mi ha risposto: “Non è vero che non potete fare niente, potete portarci nel cuore”. Ed è questo che voglio fare ora, e voglio anche cercare di trasmettere e diffondere in Italia il più possibile di quest’esperienza, lo devo a tutti loro”. Eugenio invece ci spiega la delicata situazione dei pigmei nel Paese e ci racconta il lavoro svolto nel tempo trascorso in missione: “Nella Repubblica Democratica del Burundi vivono tre etnie distinte: gli hutu, i tutsi e i pigmei. Quest’ultima è in netta minoranza rispetto alle altre due etnie: una delle tante ragioni per cui i pigmei sono emarginati dal resto della popolazione e vivono isolati nelle campagne in luoghi spesso impervi e privi di ogni contatto con la società.
Uno dei più grandi aiuti che i pigmei ricevono sono opera dei membri della congregazione del Buon Pastore che grazie all’aiuto prezioso dell’associazione Urukundo onlus, porta avanti numerosi progetti (mattone, carta d’identità, adozioni a distanza, università), volti ad aiutarli, cercando di renderli indipendenti e soprattutto autosufficienti. In questi giorni abbiamo avuto l’opportunità di visitare numerosi villaggi e abbiamo deciso di iniziare anche noi un piccolo progetto, ma che potrebbe dare loro un grande aiuto: le CAM (Cartes Assurance e Maladie). In sostanza si tratta di un’associazione medica che viene concessa famiglia per famiglia, grazie alla quale si può accedere più concretamente ai servizi medico sanitari” e conclude definendo l’esperienza “un sogno che si è realizzato”.

Filippo Bargnesi
responsabile partenti CMD Fano
volontario Urukundo ONLUS

IL RACCONTO DI EUGENIO E GIULIA:
https://www.ildiso.it/2018/09/il-racconto-missionario-di-giulia-e-eugenio/

 

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