“Perché da certi viaggi…in un certo senso, non si torna più” – Michele, Ilaria e Rachele in Mozambico

img_2381Raccontare l’Africa non è facile soprattutto perché si deve parlare di un’esperienza personale, perché è più quello che si prova e si vive piuttosto di un susseguirsi di fatti o eventi semplicemente da raccontare. Comunque ci proviamo, perché la testimonianza di un’esperienza così può suscitare curiosità e interesse ai giovani e meno giovani che leggeranno queste poche righe e perché no decidere di partire per viverla in prima persona.

Nel mese di Agosto io, Ilaria e Rachele (due giovani ragazze di Pergola) siamo partiti o meglio ripartiti per il Mozambico dove, nella Diocesi di Tete e non solo, attraverso i Missionari della Consolata il Centro Missionario della Diocesi di Fano Fossombrone Cagli Pergola da alcuni anni ha rapporti di amicizia, comunione ecclesiale e cooperazione.
Se mi chiedete “perché vai in Africa ?” io rispondo vado perché è un Paese che mi ridona la gioia del vivere, mi fa gustare la bellezza dell’essenziale, mi fa vedere con la fede cristiana è autentica promozione umana dell’individuo, mi fa conoscere persone che hanno tanto da insegnarmi, perché mi piace vivere un po’ di tempo nella loro quotidianità e perché l’Africa è il futuro.
Nella prima settimana, siamo stati ospiti del seminario dei Missionari della Consolata a Maputo e oltre a vivere con i giovani la loro vita abbiamo visitato diverse realtà di periferia presenti nella capitale mozambicana tra cui in particolare un centro gestito dalle Suore Missionarie della Carità di Madre Teresa di Calcutta che ospita bambini orfani, ragazzi, giovani e adulti che in diversi modi e condizioni sono state vittime del virus dell’HIV. E’ stata una mattinata che ci ha toccato molto e non ci ha lasciato per niente indifferenti di fronte a questa piaga del XX secolo che in un Paese africano è ancora più difficile da combattere e aggrava le condizioni già precarie della popolazione per lo più giovane.
Nella settimana successiva poi, riprendendo l’aereo ci siamo spostati nella Diocesi di Tete dove nei giorni subito a seguire ci siamo trasferiti nella missione di Fingòe a qualche ora di macchina dalla città di Tete.
Per tutti noi è stato bello vivere diversi giorni in questa nuova missione cattolica che attraverso la presenza di tre missionari sta portando alle persone non solo tutto ciò che riguarda la fede, la prima evangelizzazione e i sacramenti, ma con l’aiuto anche di altri giovani locali stanno contribuendo alla promozione umana e sociale dell’intera popolazione del Distretto.
A Fingòe, dopo l’esperienza di Ilaria, è stato attivato da lei e dalle sue compagnie di viaggio lo scorso anno un progetto a sostegno delle donne dei villaggi con l’obiettivo di formare e creare donne capaci di contribuire in maniera attiva al bene delle comunità di appartenenza. Quest’anno è stata l’occasione di portare i frutti di questo progetto e anche di vedere già come le donne dei villaggi di Fingòe sono elementi attivi della comunità.
Gli ultimi giorni poi abbiamo avuto l’occasione di visitare altre realtà della Diocesi di Tete tra cui Boroma (prima missione cattolica fondata nel 1885), Changara e l’Orfanotrofio San José.
Nelle ultime due realtà sono attivi dei piccoli progetti di cooperazione che il Centro Missionario ha attivato qualche anno fa.
A Changara il Centro Missionario in collaborazione con i sacerdoti locali sostiene un centro che ospita anziani che, nella cultura africana, diventando improduttivi lasciano la casa di famiglia ai propri figli e attendono la morte. Qui trovano posto dove vivere in maniera dignitosa gli ultimi anni della loro vita aiutati dal welfare nazionale ma soprattutto dalla parrocchia.
Mentre nel Centro San Josè gestito dalle suore di San Josè di Cluny, che si trova nella periferia di Tete, vivono circa 75 bambini e ragazzi che sono stati abbandonati dai loro genitori o sono rimasti orfani.
I giorni all’Orfanotrofio San Josè sono stati quelli che mi hanno interrogato di più e mi hanno fatto commuovere perché se è vero che in Africa ci sono tanti problemi legati ai bisogni primari di ogni individuo a questi bambini e ragazzi, sono stati ingiustamente privati anche l’affetto e la presenza della loro famiglia.
img_8497A questi ragazzi, il giorno prima di partire per rientrare in Italia, ho promesso di tornare nel 2018…chissà se riuscirò a mantenere questa promessa e poter così rigodere ancora della bellezza di quella terra e delle persone che la abitano perché da certi viaggi, in un certo senso, non si torna più.

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Per rimanere aggiornati e scoprire di più su questa Missione visitate il sito della Centro Missionario Diocesano di Fano www.ildiso.it, la pagina Facebook “Centro Missionario Diocesano – Fano” oppure contattate noi tre giovani che abbiamo vissuto in prima persona questa esperienza.

 

Michele Montanari

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Qui i padri stanno tra la gente – Ilaria, esperienza breve in Mozambico

A dodicimila chilometri di aeroporti e di caffè, di corse e di attese, di cellulari scarichi e di risate nuove, in Africa, c’è il Mozambico.
E in Mozambico, a ore di macchina su strade di terra, buche e sassi, tra baobab e sacchi di carbone, tra capanne di fango e asini, ci sono le missioni di Changara, Boroma e Fingoe.
E questa è la mia storia. Nella missione.
Tre distretti della Diocesi di Tete, in zone distanti ma diverse tra loro soltanto per la vegetazione e alcuni gradi di temperatura.

Ma andiamo con ordine… io, Letizia e Melissa, dall’Italia.
Il viaggio verso Changara è stato solo il primo dei tanti che nelle nostre tre settimane di permanenza ci saremmo trovate ad affrontare. A bordo di un pick up, con un Padre missionario alla guida (a destra), una davanti e due dietro a sobbalzare, ascoltare musica africana e guardare sbalordite fuori dal finestrino. Col tempo avrei imparato anche a dormire, incurante delle frequenti battute di testa sul tettino.
Qui Padre Alone, Padre Lucas e Padre Abram portano avanti un “Internato”, ovvero una struttura che fornisce vitto e alloggio a bambini e ragazzi che frequentano le vicine scuole. A loro insegnano la preghiera, il canto, l’educazione e il rispetto per gli altri. Li responsabilizzano affidandogli piccole mansioni e soprattutto danno loro la possibilità di un’istruzione che, altrimenti – abitando in villaggi lontani dalle scuole – non potrebbero avere.
Come in tutte le missioni, anche a qui i Padri si occupano di evangelizzare le comunità circostanti e di portare aiuto concreto. In particolare a Changara vive un gruppo di anziani che sopravvive all’emarginazione sociale che in quasi tutta l’Africa le persone devono subire dopo essere diventate vecchie e improduttive.
Insieme a Padre Alone siamo arrivati in Zimbabwe, abbiamo fatto festa coi ragazzi e visitato case e anche partecipato a momenti di triste quotidianità, come un funerale e gli inconsueti riti che lo seguono.
Qui, come battesimo africano, abbiamo passato il tempo ad osservare e a fare domande, lasciando un po’ della nostra italianità tra  le prime, storpiate parole in portoghese e “mitiche” bruschette per cui verremo ricordate nei secoli dei secoli.

Un paio di giorni dopo, carichi di farina e di macchine da cucire, siamo in viaggio verso Boroma.
Boroma sorge sul Fiume Zambesi, ed è lì che è stata fondata la prima Missione alla fine del 1800 tra la vegetazione lussureggiante e la benedizione dell’acqua che permette di coltivare, di bere, di lavarsi e di fare tante altre cose che a noi sembrano totalmente scontate ma che in Africa – e lo scopriremo sempre di più andando avanti nei giorni – non lo sono affatto.
Qui si vedono donne che fanno il bucato o senza dover fare chilometri per approvvigionarsi di acqua o necessariamente aspettare la stagione delle piogge (che va da novembre e febbraio) ma con un occhio sempre attento: lo Zambesi è infatti popolato da ippopotami e coccodrilli…
Qui ci accoglie Madre Teresiña, una suora di origine brasiliana. Con lei conosciamo diverse realtà: dai mandriani con le mucche al pascolo, alle ragazze della scuola di cucito pomeridiana ai bambini della Scoliña (asilo).
Passiamo del tempo con questi ultimi: li vediamo accostarsi ordinatamente alla grande pentola in cui è stata appena cotta della polenta di miglio – cibo tipico di queste zone – ritirare tazza e cucchiaio e disporsi sulle stuoie a terra per mangiare il loro pasto. E poi ripetere in coro una sequenza di lettere scritte con un gesso sul pavimento, dondolarsi nelle altalene di corda e pneumatici, guardarsi il viso nelle foto dei nostri cellulari e ridere, ridere tanto.
Di loro portiamo a casa tanta vitalità, il rispetto che già in tenera età hanno l’uno per l’altro e la straordinaria indipendenza, nell’andare a scuola da soli già a poco più di due anni, nel lavarsi prima di prendere il piatto, nel fare la fila e mangiare in un modo così ordinato che sfido noi semplicemente alla cassa dell’autogrill.
E’ a Boroma che abbiamo passato il Ferragosto, trasportate sul cassone di un “carro” (auto) insieme a tante altre persone ma anche galline, borsoni, sacchi di semi… Lì abbiamo veramente capito cosa sono la fiducia e la generosità di questo popolo.
Nemmeno quelle che a noi sono sembrate interminabili ore – nell’attesa di un prete molto ritardatario – hanno minimamente destabilizzato tutte quelle persone che, pazientemente, hanno atteso la celebrazione della messa regalandoci lo spettacolo di un offertorio a dir poco inusuale sotto molti punti di vista. Tutte le donne disposte preventivamente fuori dalla Chiesa rientrano e, in fila per due, in una lunga danza al ritmo di bonghi donano alla Chiesa il poco che hanno: riso, pomodori, cavoli, farina. Ognuna col suo piccolo tesoro, ad affidare se stessa e la sua famiglia a Dio…

Il nostro percorso, quello di tre ragazze che non si conoscevano ma che – tra il parlare, mangiare, dormire e vivere questa straordinaria esperienza insieme – stanno diventando amiche vedrà la sua fine e contemporaneamente un nuovo inizio nei restanti 9 giorni che passeremo a Fingoe.
Sarà perché ci abbiamo passato molto tempo, sarà perché l’ho amata ancor prima di arrivarci attraverso i piccoli gesti di generosità che Padre Franco (padre missionario di origine torinese) ha rivolto continuamente verso i bambini che incontrava per strada, nelle sette ore di auto che ci separavano da Tete… Fingoe è stata per me LA Missione, la mia casa d’Africa.
Qui ho respirato l’umiltà dei fondatori, ho sentito sulla pelle l’affiatamento con la popolazione, ho visto negli occhi della gente la fiducia e la gratitudine che veniva sempre, sempre ricambiata.

Fingoe, la missione “in montagna” è giovane: 3-4 anni.
Qui i padri stanno tra la gente: le loro capanne si confondono perché sono fatte allo stesso modo: fango e paglia. Qui quando devo andare al bagno non posso fare più la schizzinosa a riempire la tavoletta di carta, perché tavoletta non ce n’è: una latrina, tra quattro lamiere. Da un anno, prima c’era una buca. Nella nostra capanna c’erano scorpioncini e insetti volanti delle dimensioni di una noce a fare compagnia la notte. Qui abbiamo capito davvero che noi alla fine eravamo anche fortunate perché bene o male il lusso di un materasso ce l’avevamo: molti, anche solo attraversando la strada no.
Qui, oltre allo storico Padre Franco, vivono anche Padre Edoardo, equadoreño, e Padre Giacinto, autoctono.
Quest’ultimo si impegna e dare supporto alla catechesi, all’educazione e all’istruzione di bambini di età diverse, dai 4 ai 12 circa e lo fa grazie anche all’aiuto di ragazzini poco più grandi, pieni di spirito e di voglia di fare.
A Padre Edoardo è affidata l’evangelizzazione delle comunità circostanti: realtà difficili, a volte al limite, dove l’unico conforto non può arrivare che dalla voce di Dio.
E poi tante altre persone strette intorno alla Missione: persone del luogo che con il vantaggio di conoscere la lingua del posto (dialetto africano) possono fare da interpreti o portavoce tra i Padri e le comunità più indietro.
Insieme a queste persone e alla loro generosità i Missionari della Consolata stanno portando avanti un progetto per istruire le Mulheres, cioè le donne, su lavori di cucito, piccole coltivazioni, manovalanze varie.
Qui abbiamo, oltre che come sempre dato una mano come potevamo, anche lasciato un segno indelebile del nostro passaggio: la scritta dipinta a mano sull’insegna della missione.

Andare via da Fingoe, tornare dall’Africa, dopo un viaggio che avrebbe dovuto durare 23 giorni e che invece è diventata la storia di una vita, di tante vite: la mia, quella di Letizia e quella di Melissa che non dimenticheremo mai questa esperienza, che porteremo nel cuore i tutti i sorrisi che abbiamo visto, tutte le risate che ci siamo fatte, tutto il tempo che abbiamo perso.. che dovevamo arrivare fino al sud dell’Africa per capire che non c’è tempo migliore.
Di noi, che torneremo qui.
Le vite di quelle persone che attraverso i nostri ricordi vivranno di quei luoghi, di quella gente. E che si faranno domande.
Le vite di chi è là, che non sono cambiate perché sono passata io, ma che non sanno quanto il loro passaggio ha cambiato la mia.
..che sarà diversa, che lo è già. Che prova ad iniziare sempre con un sorriso, che chiude il rubinetto dell’acqua o spegne la luce di più di frequente, che cerca di correre di meno e di godere di più e di dare di più.

“Basta una persona, un gesto, un momento per cambiare la tua vita per sempre, per cambiare la tua prospettiva, colorare il tuo pensiero. Un momento può costringerti a riconsiderare tutto quello che credi di sapere. Sai chi sei? Capisci cosa ti è successo? Vuoi vivere in questo modo?”

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Per capire l’Africa, devi viverla – Melissa, esperienza breve in Mozambico

Durante la breve permanenza in Africa, più precisamente in Mozambico, ho elaborato una frase: “PER CAPIRE L’AFRICA, DEVI VIVERLA”.
Eggià! Numerosi servizi giornalistici e documentari non fanno altro che sottolineare la povertà che caratterizza il “continente nero”. Ma l’Africa, o quel poco che ho visitato, non è povera assolutamente.

Quei luoghi vivono dei sorrisi e della spensieratezza dei suoi bambini, che scalzi e con vestiti stracciati emanano energia e capacità di industriarsi e adattarsi a tutte le ore del giorno.
Quei luoghi si adoperano con il lavoro, la dedizione delle donne continuamente indaffarate tra la famiglia, la casa, e il lavoro pur umile che sia. Molte dedicano il loro tempo alla parrocchia e ai progetti di crescita e socializzazione che essa propone.
Quei luoghi camminano grazie alla “correzione fraterna”. Ho visto bambini impossibilitati a frequentare la scuola che si lasciavano istruire da ragazzi poco più grandi di loro. Persone adulte sempre pronte e disponibili ad aiutarsi e a collaborare.

Io, Ilaria e Letizia siamo state accolte da Inácio Saure, vescovo della diocesi di Tete. Durante le 3 settimane abbiamo partecipato, in parte, all’assemblea diocesana che ha radunato circa 200 preti della diocesi. Inoltre abbiamo avuto modo di visitare diversi villaggi come Changara, Fingoe e Boroma.

Villaggi molto diversi tra loro, dal punto di vista del paesaggio, del clima e della vegetazione. Ma aldilà di queste diversità, ho trovato molti punti in comune, molti punti di forza. Come ad esempio la presenza (molto) partecipata dei giovani durante la Liturgia. Attenti alle parole del parroco e sempre pronti a servire l’altare, come chierichetti oppure con danze che inneggiavano lode al Signore, l’amore verso quel Dio che stavano celebrando.
Tutti, e sottolineo tutti, ci hanno ospitato nelle proprie capanne come fossimo delle regine, dallo stringerci la mano al cederci la sedia pur di mettersi loro seduti a terra.

Infine, un ricordo che porto vivo dentro di me, sono i sorrisi che i bambini avevano sul loro volto e la serenità nei propri cuori che trasmettevano con i loro occhi; serenità che mi porto tutt’ora nel cuore con la speranza che mi accompagni per la vita.

Ps: oltre a ripercorrere i ricordi, ci tengo a ringraziare tutti, dal Vescovo di Tete ai padri missionari che ci hanno accolto. Esempio vivo di evangelizzazione tra i popoli, che non hanno nulla, ma vivono della e nella grazia di Dio!

E un grazie particolare al C.M.D. che mi ha permesso di vivere questa bellissima esperienza.

Melissa Cinquino

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C’è tanta bellezza laggiù e si ha occasione di capire tanto anche in poco tempo – Sara Marcucci

La trentunesima “lettera dalla missione” è quella che scrive Sara raccontando la sua recente esperienza in Kenya, nella missione di Kipsing. Godetevela!

”(Ulisse) quando fu di nuovo a casa capì, con stupore, che la sua vita, l’essenza stessa della sua vita, il suo centro, il suo tesoro, si trovava fuori da Itaca, in quei vent’anni di vagabondaggio. E quel tesoro l’aveva perduto, e l’avrebbe recuperato solo raccontando.” [Kundera – L’ignoranza]

Comincio con questa frase di Kundera la mia breve e maldestra testimonianza del viaggio in Africa, in Kenya. Queste poche parole riferite dell’avventuriero per eccezione mi hanno smosso qualcosa dentro, mi ci sono ritrovata, rendono alla perfezione cosa significhi il Mal d’Africa che, fin da poco prima del ritorno a casa, mi accompagna come un’ombra e, di tanto in tanto, quando abbasso la guardia o vedo qualcosa che non mi piace, mi atterra con immagini prepotenti e cariche di una forte nostalgia. Mi chiamo Sara, sono una studentessa universitaria, ho compiuto ventidue anni il 4 gennaio, esattamente quattro giorni prima di partire per la mia esperienza nella missione di Kipsing in Kenya; tenterò di rendere giustizia alla grande ricchezza che mi sono riportata a casa il 30 gennaio di quest’anno.

Voler visitare una missione non era un desiderio dell’età adulta, un’occasione apparsa dal nulla e presa al volo; sin da bambina ho desiderato intraprendere questo viaggio, vivere un’esperienza così, conoscere una realtà diversa dalla mia. Deriva tutto dalla mia educazione e dalle persone che ho frequentato sin da piccola, è stato loro il merito se questo sogno ha fatto parte di me sin dalla tenera età e ora si è realizzato.

Dagli otto ai ventuno anni ho pazientemente aspettato, prima di essere abbastanza grande, poi che la vita mi presentasse l’occasione, ma alla fine capii che l’occasione dovevo trovarla io stessa.

Fu così che conobbi Don Luciano e in seguito le altre sei persone che mi hanno accompagnato laggiù (Filippo, Carla, Laura, Silvia, Sauro e Marta), riuscii a coinvolgere anche mia zia (Daniela) e la compagnia fu al completo.

Siamo partiti l’8 gennaio da Fano e siamo arrivati a Nairobi alle quattro del mattino del 9. Personalmente ho vissuto i mesi prima di partire investita da paure e da ansie che comprendevano, a intervalli regolari, ragni somali, ebola, cambiamenti e aspettative deluse. Paure e ansie che sono sparite nel momento stesso in cui sono arrivata in Africa, tanta era la gioia di esserci dopo aver a lungo sognato quel continente, così forte la sensazione di trovarmi al sicuro e a casa, che ogni cosa che avevo temuto mi è apparsa così piccola. A Kipsing siamo arrivati di sera, almeno una parte di noi, e solo il giorno dopo abbiamo visto chiaramente il paesaggio che ci avrebbe abbracciato per le tre settimane successive.

C’è tanta bellezza laggiù e si ha occasione di capire tanto anche in poco tempo. Personalmente non ho fatto molta fatica ad ambientarmi, a prendere il ritmo, perché era molto vicino alla mia indole tranquilla e riflessiva (e credo che sia anche questo che mi abbia reso traumatica la fine del viaggio), ma credo anche che tutti si sentano un po’ tra muri “familiari” quando stanno lì. Padre James e il diacono Josephat hanno contribuito a far sì che non ci sentissimo estranei, coinvolgendoci completamente nella vita quotidiana e integrandola con ciò che ci portavamo dall’Italia. 11066099_874050179304835_1970067221_o

Durante il nostro soggiorno visitammo Marsabit, rimanendoci tre giorni, ospitati dalle Pink Sister, il paesaggio era così diverso da quello che avevamo abitato per i primi cinque giorni, quel paesaggio che chiamavamo già “casa”. Vedemmo la realtà dei bambini ricoverati nella casa che gestiscono, bambini con handicap che non si vergognavano di essere nati così, ragazzi impavidi, gioiosi, fieri di essere ciò che sono. Giocammo a calcio con loro, ascoltammo i loro racconti, li esaudimmo quando chiedevano di farsi le foto con noi. I sorrisi di tutti loro, ognuno con la sua particolarità, si stamparono con inchiostro indelebile nei nostri cuori.

Nel viaggio di ritorno da Marsabit facemmo una deviazione per Wamba, dove c’è l’ospedale fondato da un italiano, e anche lì vi erano le Pink Sister che gestivano un’altra casa per bambini e ragazzi portatori di handicap; fu uscendo da quel ricovero che mi sentii un po’ oppressa per la prima volta, un po’ ingiustamente fortunata. Tenni in braccio per tutta la visita il bambino più piccolo, soffre di cecità sin dalla nascita, e quando lo vidi per la prima volta, piangeva. Ma quando lo presi in braccio il suo pianto si trasformò in risa, le sue mani trovarono la mia collana e cominciarono a giocarci. Separarsi da quel piccolo angelo fu difficile, terribilmente difficile, avrei voluto portarlo con me e prendermi cura di lui per tutta la vita, ma dovetti salutarlo per sempre, ciò mi spezzò il cuore.

I giorni che passammo a Kipsing furono molto diversi da quelli della nostra piccola gita al di fuori di lì. In quella che già sentivamo casa nostra avevamo stabilito tacitamente le nostre routine, i nostri ruoli, avevamo imparato a riconoscere i volti di coloro che bazzicavano nella missione quasi continuamente, portammo qualcosa di buono con i nostri lavori di manutenzione (pitturammo i dormitori e sistemammo, per quanto possibile, i bagni), riuscimmo anche a visitare i villaggi in cui padre James fa catechesi e a constatare se gli asili funzionino come dovrebbero. Siamo stati parte della comunità quando con le donne abbiamo preparato il chapati, quando facevamo giocare i bambini nei lunghi pomeriggi, quando ci svegliavamo presto per le messe o quando ballavamo in quelle delle dieci della domenica.

Ho imparato a lavorare e non sentire la fatica, ho re-imparato a stupirmi per il nuovo, a gustare con gli occhi quei colori vivaci che portavano addosso i samburu e a non scandalizzarmi se un uomo tentava di comprarmi per mille cammelli e qualche centinaia di mucche, ho imparato, vedendo il loro modo di vivere, che l’essenziale qualche volta ti ricorda di apprezzare anche quel superfluo che hai e non ti accorgi di avere, ma di cui non senti la mancanza in quei luoghi. Ho imparato ad accontentarmi di lavare a mano i vestiti e a non stirarli, ho imparato che quello che hai nel piatto deve essere mangiato perché fuori dalla porta, a poche centinaia di metri, c’è gente che fa un solo un pasto al giorno. La cosa più divertente che ho imparato è stata quella di non sentirmi in colpa durante le lunghe pause pomeridiane, quando il sole scottava e non potevi andare a zonzo nella savana, e ti ritrovavi a far nulla sotto la veranda; i tempi dilatati, il ritmo lento e pacifico ti abbracciavano e star con le mani in mano in quel luogo aveva cambiato accezione alla parola ozio: a casa la sentivi negativa, lì era in armonia, era quasi un segno che ti stavi integrando.

Ma sono i bambini coloro che mi hanno insegnato di più. Quei piccoli volti governati dall’entusiasmo, quegli occhi scuri che trasmettevano la gioia di vivere, quel primordiale istinto di esistere che in Italia spesso e volentieri non incontri, mi hanno lasciato dentro la sensazione di aver incontrato l’amore di Dio in ognuno di loro. Nelle loro risate, nella loro curiosità, nei loro tentativi di farsi capire, nel loro affidarsi alla stretta delle tue braccia anche se non ti conoscono, ho riconosciuto una bellezza autentica, unica, che mi ha reso migliore.

In quei ventuno giorni ho riscoperto il senso della vita, la fortuna di averne una.

Al momento di salutare Kipsing le lacrime non potevano far altro che scendere, mentre il Mal d’Africa , quello di cui sentivo parlare ma che ancora non conoscevo, si appropriava del cuore e lo rapiva per sempre; ora lo tiene appiccicato a quella terra calda e rossa, a quelle mani scure che mi hanno cercato fin dal primo momento, al cielo stellato che mi stupiva ogni sera, quando alzavo gli occhi per godermi la meraviglia del manto nero puntinato da milioni di lucciole bianche, e mi faceva sentire così piccola.

Agli sgoccioli dell’esperienza passammo anche qualche giorno nella missione di ‘Ngare Mara, gestita sempre dalle Pink Sister, visitammo la riserva naturale imbattendoci in animali che fino a quel momento avevamo visto esclusivamente in televisione. Ma anche trovarsi faccia a faccia con sei leonesse, un centinaio di elefanti, qualche giraffa, facoceri, antilopi e quant’altro, non riuscì a distrarmi dalla consapevolezza che stava già finendo tutto; si sentiva l’aria dell’Italia che ci richiamava indietro e non riuscii a tenere nascosta la tristezza che mi governava, ero quasi in lutto. Mentre in quei giorni alla missione di Kipsing mi ero inconsciamente rifiutata di tenere i tempi, di segnarmi date o appuntarmi ciò che vedevo o facevo, fare un passo verso Nairobi mi scosse, salutare James mi distrusse, e cominciai a scrivere. Io, che amo tanto raccontare attraverso la scrittura, sorprendentemente non ero riuscita ad applicarmi nei giorni precedenti, probabilmente fu il desiderio di restare a far muovere la penna sulla carta, forse per tentare, anche solo con le parole, di trattenermi laggiù più a lungo di quello che mi era concesso.

Nei ricordi che mi sono riportata in Italia sento ancora i canti della messa che traducevano i sentimenti del cuore, rivedo i balli del matrimonio Samburu a cui abbiamo partecipato, mi risuonano in testa gli aforismi di Tony o il particolare YES di Josephat quando parlava con noi. Nel petto ho l’impronta dell’orecchio di Toma, la sento che cerca il battito del mio cuore per addormentarsi, qualche volta pare che il collo si pieghi in modo strano come nei balli in cui ci coinvolgevano le donne dei villaggi, mi manca addirittura il ragliare notturno dell’asino che passeggiava nel cortile o quella zanzariera bucherellata che usavo per proteggermi da un’eventuale visita di aracnidi più che per proteggermi dalle zanzare, quando chiudo gli occhi mi viene così facile immaginare la pianura rossa battuta dal sole e abbracciata dalle montagne.

Riprendere il ritmo della mia vita è stato più complicato del previsto. Nei primi tempi, dopo il ritorno, mi svegliavo di notte e non riuscivo a capire dove fossi, sentivo estranea la camera in cui dormivo da una vita. Mi scoprivo delusa nel sapere che non ci sarebbe stata la messa delle sei e mezzo del mattino, detta in un linguaggio incomprensibile, che non ci fossero James e Josephat a salutarmi in inglese o i miei compagni di viaggio a sorridermi, che a colazione non avrei trovato BlueBand, pane fatto in casa, frutti della passione, mango e avocado, che alle dieci non mi sarei immersa nella savana armata di rullo e vernice e scrutata da occhi che trovavano incomprensibile quello che stavamo facendo, che non avrei dovuto lavare a mano i vestiti, che non avrei potuto lasciare che i capelli si asciugassero al sole, che alle magliette leggere avrei dovuto sostituire quelle di lana, che avrei guidato personalmente la macchina invece di saltare sul cassone del pick-up verde, schivare i rami carichi di spine o tentare di ammortizzare buche inevitabili. La mia vita mi era diventata estranea tutta a un tratto, come se ci fosse stato uno scambio, come se Vergineto non fosse il luogo che avevo abitato per ventidue anni

Ma c’è stata una cosa che hanno notato tutti al mio ritorno e che mi ha fatto sentire anche un po’ incompresa varcando la soglia di casa: il sorriso. Sono tornata felice, felicissima, da quelle tre settimane. L’entusiasmo mi scorreva nelle vene come sangue e ha collimato prepotentemente con la grigia realtà che mi preparavo a risentire mia, con le cose brutte che erano successe durante la mia assenza e che hanno messo un po’ in ombra quella mia voglia di raccontare, di gioire, di portare la mia esperienza a quelle persone che avevo lasciato a casa.

In Africa avevo provato un po’ di senso di colpa per non aver sentito la mancanza della “me italiana”, per non aver trovato la lontananza un peso, ma quasi una fortuna, per essermi abituata immediatamente a non vedere il volto dei miei cari ogni giorno, per considerare quasi superfluo raccontare per telefono di quello che vivevo. Ero convinta, sono convinta, che per comprendermi dovrebbero vivere questa esperienza, farsi contagiare dalla bellezza di quei luoghi e di quelle persone, da quando sono tornata continuo a consigliarla a tutti, a volere che la facciano.

Io ho affrontato e vinto paure, ho conosciuto gente stupefacente, sono riuscita ad accettare e comprendere la diversità in tutte le sue forme, sono cresciuta. E vorrei tornare! Ci sto già pensando…

Concludo il mio racconto con un ringraziamento moltiplicato per otto. Grazie a Don Luciano, Filippo, Marta e Sauro, Carla, Laura, Silvia e zia Dani, siete stati la mia famiglia e sono contenta di aver vissuto questa esperienza con voi. Grazie per questa opportunità, per questo sogno che si è realizzato, per questi ricordi che mi arricchiscono e per questa sana nostalgia che sento ogni giorno.

Sara

Pubblicato in Lettere dall'Africa, Lettere dalla missione

Un Bianco, come dicono loro, che cammina a piedi è quasi uno scandalo – Nicola Canestrari

Ventinovesima “Lettera dalla missione”. Dopo una lunga assenza ci scrive Nicola, volontario Urukundo in Burundi.

Cari ragazzi/ragazze, come state?

È da un pochino che non vi scrivo, e me ne dispiaccio alquanto.

Questi ultimi due mesi, sono stati mesi molto particolari.

È quasi sette mesi che sono qua, e inizio sempre di più a percepire e a comprendere meccanismi che mi affascinano, ma che al contempo mi fanno molto riflettere e a volte anche soffrire.

Burundi-circled4Ci sono dei tratti culturali che non riuscirò mai comprendere, e a cui non riuscirò mai a conformarmi poiché non li riconosco come veri e sinceri.

Non ho voglia di fingere.

Non né ho più voglia. Mi basta già di vivere in una società che basa tutto sull’apparenza, e sappiate che secondo me qui in Burundi la situazione non è molto differente.

D’altronde qua Tutto è molto veicolato dall’apparenza. Per esempio se dai un bel vestito a un Africano, l’Africano diviene subito una persona prestigiosa agli occhi degli altri. Ma al contempo se subito dopo glielo togli quel artificiale e artificioso bel vestito, l’Africano ritorna ad essere un nulla, a non essere nessuno agli occhi dell’Io Sociale.

È spaventoso quanto la colonizzazione che molti pensano finita, in realtà non è mai terminata e continua tutt’ora.

Tutto è filtrato dall’esteriore.

D’altronde il mio prestigio proviene dalla mia pelle bianca, non dal mio cuore né dai miei pensieri.

È da diversi mesi che ho cominciato a camminare a piedi, e ogni volta che un Burundese mi vede camminare, è come se fosse turbato poiché un Bianco, come dicono loro, che cammina a piedi è quasi uno scandalo.

Il Bianco che ha inventato macchine e aeroplani, adesso cammina a piedi.

Per loro è inconcepibile.

Probabilmente preferirebbero che andassi a scuola in elicottero, poiché ciò sarebbe più conforme al prestigio del mio colore della pelle.

Prestigio che mi ripugna e mi disgusta.

Prestigio che mi reca una sorta di nausea esistenziale, simile alla dissimulazione tanto reiterata quanto recidiva che i presidenti esprimono nei confronti dei loro popoli, o bene quella stessa permanente bugia che le potenze occidentali condividono con il dominato e schiavo continente africano.

Quando apriremo finalmente i nostri occhi?

Ho paura per l’uomo, ho paura riguardo alla direzione che abbiamo preso.

Ritornando al mio pensiero, dicevo che ho cominciato a camminare.

Camminare mi permette di riposarmi, e di riflettere.

Camminare mi libera, e mi rasserena.

Non riuscirei mai a rinunciare alle mie passeggiate mattutine e pomeridiane.

Perché rinunciare a fare qualcosa che ci fa stare bene?

Specialmente se questo bene, è un bene puro e innocuo che non fa assolutamente male a nessuno.

Non rinuncerò mai a essere me stesso, a condividermi con gli altri tale sono e Mai e poi Mai come lo sguardo sociale vorrebbe che io fossi.

Rifiutarmi significherebbe, rifiutare la vita.

Perché dovrei rifiutare un’opera così miracolosa e misteriosa?

Ho voglia di leggerla, di viverla e di abbracciarla con tutto me stesso.

Ho voglia di assaporarla fino all’ultima goccia.

La vita è un infinito viaggio di condivisione, e se smettessi di conoscermi come potrei condividere?

Che cosa condividerei?

Non prendete nel verso sbagliato questo mio piccolo sfogo.

Amo alla follia ciò che sto facendo qui, ciò che stiamo facendo insieme, e al contempo le persone che mi circondano.

Mi sento bene qui, tranquillo e oserei dire che tendo verso la serenità, ma allo stesso tempo non posso impedire ai miei occhi di vedere e di riflettere su certi aspetti che mi fanno male.

Che mi fanno soffrire.

In fin dei conti che cos’è la Vita, se non che una perpetua altalena di gioie e di sofferenze?

Detto questo, ultimamente ho conosciuto altri missionari italiani che vivono e lavorano qua in Burundi.

È quasi tre mesi pieni che condividiamo tante esperienze e tante situazioni insieme._DSC0456

Ne sono così gioioso poiché considero essenziale, in questo tipo di realtà che ti penetra dentro prendendoti tutto, la presenza di altri bianchi con i quali possa condividere gioie e sofferenze.

Gioie e sofferenze, che loro possono comprendere subito poiché essi in primis le provano sulla loro pelle giorno dopo giorno.

L’incontro, che sovente diviene uno scontro inevitabile, culturale è un viaggio complesso e al contempo mai veramente finito.

Non avrei mai immaginato di essere così sollevato, condividendo del tempo con altri Bianchi.

Mi fa sorridere che io stesso inizio, come loro, a parlare di bianchi e di neri.

Come se tutto fosse filtrato dal colore della pelle.

D’altronde è veritiero il fatto che la conoscenza e l’incontro con altri bianchi come me, mi ha molto rasserenato e aiutato.

Non mi sarei mai immaginato che l’Africa potesse divenire un viaggio così duro e complesso.

Al contempo un viaggio così fascinoso e meraviglioso.

Viaggio che non ho mai percepito prima, e che in una certa maniera avevo sempre sognato.

È per questa ragione che ci tengo a dire ad alta voce, che in questo preciso momento della mia vita non vorrei assolutamente essere in un’altra terra.

È qui in Burundi, che voglio essere ed è qui in Burundi che effettivamente sono.

Sono felice, poiché tutto ciò che mi circonda mi avvolge enormemente e mi dà tanta forza.

Questa realtà mi dà tanta voglia di vivere, e di esplorare la vita.

In più volevo condividere con voi, il fatto che il mio migliore amico vorrebbe raggiungermi qui in Burundi nel mese di Aprile, ovvero dal 30 di Marzo al 30 di Aprile, per stare qui con me e con i nostri cari amici appunto un mese intero.

Si chiama Michele, e studia Fotografia da due anni all’Accademia privata di Firenze.

In realtà io gli ho così tanto parlato della realtà Pigmea, che lui vorrebbe venire qui per portare avanti un progetto fotografico appunto su di loro.

Penso che sia un’idea profondamente favolosa, poiché un progetto fotografico preciso sui Pigmei potrebbe essere una grande opera di sensibilizzazione collettiva, e dunque potrebbe amplificare gli orizzonti dell’Associazione Urukundo e al contempo quelli della congregazione.

A Michele piacerebbe comparare le due principali realtà Pigmee del Burundi, ovvero la realtà del collegio composta da ragazzi istruiti o bene che tendono verso l’istruzione, e quella dei villaggi che per tanti tratti è ancora una realtà tribale ma al contempo profondamente interessante e pura.

La realtà dei villaggi, la quale predomina poiché come ben sapete la povertà è estrema e d’altronde il collegio non può ospitare che un numero limitato ma già significativo di studenti.

Naturalmente si potrebbero fare delle foto anche su gli altri progetti che l’associazione porta avanti con la congregazione. Una volta tornato in Italia, potrebbe pubblicizzare e divulgare il progetto fotografico proprio tramite l’Associazione.

Pensare di condividere un mese con colui che considero veramente come mio fratello, mi riempie totalmente di gioia.

Sarebbe un sogno ritrovarlo qui in Burundi, a due passi da me.

È da tanto che pensiamo di condividere un viaggio insieme, e mi sembra sempre di più che il nostro momento sia finalmente arrivato.

Che sogno che i miei occhi finalmente intravedono.

Voi che cosa ne pensate?

Vi abbraccio come se fossimo due passi gli uni dagli altri.

Uniti per sempre verso un sorriso condiviso di vita.

Buon cammino.

Nicola

 

Per rimanere in contatto con Nicola:
FB: Nicola Canestrari
EMAIL: leggebavaglio@hotmail.it
SKYPE: wonderfulnothing

 

Per sostenere Nicola (nei vari modi possibili):
FB: Anna Lisa Landini
EMAIL: anna.lisa.landini@hotmail.it
CELL: 3479617296

 

 

Cari ragazzi/ragazze, come state?

È da un pochino che non vi scrivo, e me ne dispiaccio alquanto.

Questi ultimi due mesi, sono stati mesi molto particolari.

È quasi sette mesi che sono qua, e inizio sempre di più a percepire e a comprendere meccanismi che mi affascinano, ma che al contempo mi fanno molto riflettere e a volte anche soffrire.

Ci sono dei tratti culturali che non riuscirò mai comprendere, e a cui non riuscirò mai a conformarmi poiché non li riconosco come veri e sinceri.

Non ho voglia di fingere.

Non né ho più voglia. Mi basta già di vivere in una società che basa tutto sull’apparenza, e sappiate che secondo me qui in Burundi la situazione non è molto differente.

D’altronde qua Tutto è molto veicolato dall’apparenza. Per esempio se dai un bel vestito a un Africano, l’Africano diviene subito una persona prestigiosa agli occhi degli altri. Ma al contempo se subito dopo glielo togli quel artificiale e artificioso bel vestito, l’Africano ritorna ad essere un nulla, a non essere nessuno agli occhi dell’Io Sociale.

È spaventoso quanto la colonizzazione che molti pensano finita, in realtà non è mai terminata e continua tutt’ora.

Tutto è filtrato dall’esteriore.

D’altronde il mio prestigio proviene dalla mia pelle bianca, non dal mio cuore né dai miei pensieri.

È da diversi mesi che ho cominciato a camminare a piedi, e ogni volta che un Burundese mi vede camminare, è come se fosse turbato poiché un Bianco, come dicono loro, che cammina a piedi è quasi uno scandalo.

Il Bianco che ha inventato macchine e aeroplani, adesso cammina a piedi.

Per loro è inconcepibile.

Probabilmente preferirebbero che andassi a scuola in elicottero, poiché ciò sarebbe più conforme al prestigio del mio colore della pelle.

Prestigio che mi ripugna e mi disgusta.

Prestigio che mi reca una sorta di nausea esistenziale, simile alla dissimulazione tanto reiterata quanto recidiva che i presidenti esprimono nei confronti dei loro popoli, o bene quella stessa permanente bugia che le potenze occidentali condividono con il dominato e schiavo continente africano.

Quando apriremo finalmente i nostri occhi?

Ho paura per l’uomo, ho paura riguardo alla direzione che abbiamo preso.

Ritornando al mio pensiero, dicevo che ho cominciato a camminare.

Camminare mi permette di riposarmi, e di riflettere.

Camminare mi libera, e mi rasserena.

Non riuscirei mai a rinunciare alle mie passeggiate mattutine e pomeridiane.

Perché rinunciare a fare qualcosa che ci fa stare bene?

Specialmente se questo bene, è un bene puro e innocuo che non fa assolutamente male a nessuno.

Non rinuncerò mai a essere me stesso, a condividermi con gli altri tale sono e Mai e poi Mai come lo sguardo sociale vorrebbe che io fossi.

Rifiutarmi significherebbe, rifiutare la vita.

Perché dovrei rifiutare un’opera così miracolosa e misteriosa?

Ho voglia di leggerla, di viverla e di abbracciarla con tutto me stesso.

Ho voglia di assaporarla fino all’ultima goccia.

La vita è un infinito viaggio di condivisione, e se smettessi di conoscermi come potrei condividere?

Che cosa condividerei?

Non prendete nel verso sbagliato questo mio piccolo sfogo.

Amo alla follia ciò che sto facendo qui, ciò che stiamo facendo insieme, e al contempo le persone che mi circondano.

Mi sento bene qui, tranquillo e oserei dire che tendo verso la serenità, ma allo stesso tempo non posso impedire ai miei occhi di vedere e di riflettere su certi aspetti che mi fanno male.

Che mi fanno soffrire.

In fin dei conti che cos’è la Vita, se non che una perpetua altalena di gioie e di sofferenze?

Detto questo, ultimamente ho conosciuto altri missionari italiani che vivono e lavorano qua in Burundi.

È quasi tre mesi pieni che condividiamo tante esperienze e tante situazioni insieme.

Ne sono così gioioso poiché considero essenziale, in questo tipo di realtà che ti penetra dentro prendendoti tutto, la presenza di altri bianchi con i quali possa condividere gioie e sofferenze.

Gioie e sofferenze, che loro possono comprendere subito poiché essi in primis le provano sulla loro pelle giorno dopo giorno.

L’incontro, che sovente diviene uno scontro inevitabile, culturale è un viaggio complesso e al contempo mai veramente finito.

Non avrei mai immaginato di essere così sollevato, condividendo del tempo con altri Bianchi.

Mi fa sorridere che io stesso inizio, come loro, a parlare di bianchi e di neri.

Come se tutto fosse filtrato dal colore della pelle.

D’altronde è veritiero il fatto che la conoscenza e l’incontro con altri bianchi come me, mi ha molto rasserenato e aiutato.

Non mi sarei mai immaginato che l’Africa potesse divenire un viaggio così duro e complesso.

Al contempo un viaggio così fascinoso e meraviglioso.

Viaggio che non ho mai percepito prima, e che in una certa maniera avevo sempre sognato.

È per questa ragione che ci tengo a dire ad alta voce, che in questo preciso momento della mia vita non vorrei assolutamente essere in un’altra terra.

È qui in Burundi, che voglio essere ed è qui in Burundi che effettivamente sono.

Sono felice, poiché tutto ciò che mi circonda mi avvolge enormemente e mi dà tanta forza.

Questa realtà mi dà tanta voglia di vivere, e di esplorare la vita.

In più volevo condividere con voi, il fatto che il mio migliore amico vorrebbe raggiungermi qui in Burundi nel mese di Aprile, ovvero dal 30 di Marzo al 30 di Aprile, per stare qui con me e con i nostri cari amici appunto un mese intero.

Si chiama Michele, e studia Fotografia da due anni all’Accademia privata di Firenze.

In realtà io gli ho così tanto parlato della realtà Pigmea, che lui vorrebbe venire qui per portare avanti un progetto fotografico appunto su di loro.

Penso che sia un’idea profondamente favolosa, poiché un progetto fotografico preciso sui Pigmei potrebbe essere una grande opera di sensibilizzazione collettiva, e dunque potrebbe amplificare gli orizzonti dell’Associazione Urukundo e al contempo quelli della congregazione.

A Michele piacerebbe comparare le due principali realtà Pigmee del Burundi, ovvero la realtà del collegio composta da ragazzi istruiti o bene che tendono verso l’istruzione, e quella dei villaggi che per tanti tratti è ancora una realtà tribale ma al contempo profondamente interessante e pura.

La realtà dei villaggi, la quale predomina poiché come ben sapete la povertà è estrema e d’altronde il collegio non può ospitare che un numero limitato ma già significativo di studenti.

Naturalmente si potrebbero fare delle foto anche su gli altri progetti che l’associazione porta avanti con la congregazione. Una volta tornato in Italia, potrebbe pubblicizzare e divulgare il progetto fotografico proprio tramite l’Associazione.

Pensare di condividere un mese con colui che considero veramente come mio fratello, mi riempie totalmente di gioia.

Sarebbe un sogno ritrovarlo qui in Burundi, a due passi da me.

È da tanto che pensiamo di condividere un viaggio insieme, e mi sembra sempre di più che il nostro momento sia finalmente arrivato.

Che sogno che i miei occhi finalmente intravedono.

Voi che cosa ne pensate?

Vi abbraccio come se fossimo due passi gli uni dagli altri.

Uniti per sempre verso un sorriso condiviso di vita.

Buon cammino.

Nicola

Per rimanere in contatto con Nicola:
FB: Nicola Canestrari
EMAIL: leggebavaglio@hotmail.it
SKYPE: wonderfulnothing

Per sostenere Nicola (nei vari modi possibili):
FB: Anna Lisa Landini
EMAIL: anna.lisa.landini@hotmail.it
CELL: 3479617296

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