Suor Daniela, da nove mesi in Tanzania, ci racconta la sua missione!

Carissimi, a quasi nove mesi dal mio arrivo qui in Tanzania e in occasione del mese dedicato alla Missione, desidero condividere con voi un po’ della mia vita.

Il tempo vissuto finora è stato decisamente “Tempo di Grazia”! Dopo i primi mesi passati a scuola per imparare il Kiswahili, ho potuto inserirmi nella mia nuova comunità e nella mia nuova vita…

Tanti volti, tante storie, ma soprattutto tanta bellezza (a partire dagli occhi grandi e profondi dei bambini, passando attraverso i colori intensi e decisi dei paesaggi africani per arrivare allo spettacolo della via lattea visibile nel cielo ogni notte tra miriadi di stelle!) mi stanno accompagnando nel cammino: veramente il Signore è grande nell’Amore e le sue promesse fioriscono in benedizioni!

Certo, anche le fatiche non mancano: l’impotenza di fronte a tante situazioni di povertà, la sfida di imparare a conoscere e ad amare una realtà tanto lontana da quella a cui ero abituata, che spesso scomoda le mie convinzioni e le mie “certezze” (come l’imparare a vivere senza tante comodità che in Italia ormai diamo per scontate ma che in effetti non sono essenziali per vivere…), la lontananza fisica di tante persone care e la fatica di comprendere alcuni tratti culturali che però è necessario accogliere senza giudicare dall’alto…

Eppure ogni giorno ritrovo nuova forza ed entusiasmo per continuare a camminare con i figli di questa Terra che da sempre porto nel cuore: sicuramente il Signore continua a custodire la mia vita ma sono certa che è anche grazie al vostro ricordo e alla vostra preghiera che io posso cercare di essere uno strumento, seppur povero e imperfetto della Tenerezza del Padre e anche per ciascuno di voi desidero continuare ad annunciare con la mia vita che Dio ama ogni suo figlio e desidera per ciascuno la gioia piena dell’essere in comunione con Chi, per Amore gratuito e preveniente, ci ha creati e ci accompagna nel cammino della vita.

Nella Chiesa ci sono molte vocazioni e molti ministeri, tutti preziosi ed essenziali, e allora durante questo mese dedicato in particolare alla preghiera per i missionari desidero augurare a ciascuno di voi di trovare, accogliere e vivere in pienezza la propria vocazione: solo così potremo davvero essere nella Gioia, anche se ci troviamo a vivere momenti di fatica e di sofferenza…

Il cristiano è  per sua stessa natura missionario e se non tutti sono chiamati a partire per terre lontane, sicuramente tutti siamo chiamati a portare nel mondo, nel nostro ambiente di vita, la Bella Notizia che il nostro Dio è un Padre che ci ama immensamente e che desidera offrirci la Vita piena e la possibilità di vivere amando come ama Lui!

Continuiamo allora a camminare insieme, come una famiglia unita nella fede in Cristo, nella consapevolezza che le distanze non possono rompere il legame che ci unisce e che continuerà a rimanere vivo nei nostri cuori…

Vi abbraccio, vi ricordo con affetto nella preghiera e vi benedico!

Sr Daniela M. Alborghetti

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Luca e Irene, un’esperienza di vita, di coppia e di fede in Mozambico

Una coppia di giovani di Fano, Irene e Luca, Ingegnere lei e Grafico lui (e segretario del CMD Fano) decidono di partire per l’Africa…

Così è iniziata la nostra esperienza. 

Dopo un anno di meditazione sul da farsi decidiamo di partire e senza troppe organizzazioni compriamo i biglietti…

Partiti il 27 Luglio, dopo 24h di viaggio, arriviamo a Tete, capoluogo dell’omonima provincia a nord del Mozambico; sin dall’atterraggio si poteva notare la differenza di paesaggio rispetto al mondo italiano; appena arrivati ci viene a prendere Padre Sandro, missionario Italiano della Consolata e sostituto temporaneo del vescovo, e con lui  trascorriamo le prime ore africane tra racconti e raccomandazioni del caso.

L’indomani raggiungiamo un gruppo di ragazzi che stavano concludendo una settimana di formazione come animatori missionari, nulla di così diverso dal Campo Missionario Diocesano che si tiene nella nostra Diocesi tutti gli anni; erano guidati da un giovane Missionario laico venezuelano di nome Efrem con cui poi abbiamo trascorso tutta la settimana successiva. In queste due giornate passate con loro, ci siamo potuti confrontare a lungo, dato che alcuni parlavano inglese (la lingua ufficiale del Mozambico è il Portoghese, a noi ignoto, perlomeno all’inizio dell’esperienza). Abbiamo chiesto tutte le curiosità che fino a quel momento ci avevano colpito e loro hanno fatto lo stesso per noi, loro non si spiegavano come noi a 30 anni potessimo non avere un gregge di figli e noi non ci spiegavamo il perché di quella strana “gonna” che tutte le donne portavano: la “Capulana”, una stoffa africana con immagini e colori tipicamente africani che usano le donne in molteplici condizioni, come marsupio per i bimbi, per proteggersi dal freddo, come telo da appoggiare a terra ma anche come segno di rispetto verso gli altri e verso se stesse.

Dopo la festa, tipica di fine campo missionario, siamo partiti verso Manje, una città a circa 3 ore da Tete, con Efrem e un Padre Missionario brasiliano di nome Devanil. Arrivati a Manje abbiamo conosciuto anche Padre Antonio, un prete venezuelano che insieme ad Efrem ha costruito (nel senso pratico del termine) una parrocchia e altre strutture per la comunità, abbiamo visitato la città, i suoi mercati, le scuole, gli uffici del governo. Come bambini cercavamo di apprendere il più possibile da quello che ci circondava e come cinesi cercavamo di fare più foto possibili per far rimanere i ricordi.

Il giorno seguente siamo ripartiti, direzione Cassacatiza, un villaggio vicino al confine con lo Zambia. Mentre fino a quel momento non avevamo ancora visto la vera e propria Africa, qui abbiamo toccato con mano le reali condizioni di vita dei Mozambicani. Abbiamo passato otto giorni senza elettricità ne acqua corrente, il che vuol dire: senza luce, senza poter caricare i telefoni o la macchina fotografica e senza alcun tipo di condizione igienica, sia di bagno che di cucina. La nostra suìte era un materassino appoggiato a terra su un paglierino in un vero e proprio nido di ragni, il bagno era una recinzione di paglia in cui si facevano i bisogni a terra e la cucina erano quattro bastoni appoggiati a terra a cui veniva dato fuoco e sopra veniva appoggiato un pentolone in cui mangiava tutto il villaggio. A parte le condizioni igieniche, a cui in poco tempo ci si doveva adattare, abbiamo iniziato la vera e propria missione: al mattino ci adoperavamo con la popolazione del luogo nella costruzione di un bagno in muratura (finalmente dopo 5 anni di ingegneria Irene ha preso in mano cazzuola e mattoni) e al pomeriggio facevamo gioco/scuola con i bambini del villaggio dato che la maggior parte di loro non ha istruzione e nulla da fare tutto il giorno. Tutti i giorni questa era la routine. Abbiamo quindi vissuto al 100% il villaggio, i bambini e i loro giochi, le messe infinite cantate e ballate, le differenze culturali ma soprattutto le somiglianze. Il penultimo giorno dopo due ore e 15 km di cammino abbiamo raggiunto un villaggio “vicino” per celebrare la messa  e continuare a portare la parola e la fede anche lì dato che spesso non viene raggiunto per settimane e per mesi a causa dell’assenza di un ponte per poter attraversare il fiume che separa i due villaggi.

Dopo un piccolo “inconveniente” e una breve tappa in una clinica, siamo ritornati a Manje per “visitare” un ospedale un po’ più attrezzato e per fare armi e bagagli per poi affrontare un altro viaggio.

Il giorno successivo siamo quindi partiti per l’Angonia, sulle montagne del Mozambico, per andare a trovare Padre Cesario, un sacerdote mozambicano che studia da tre anni a Fano. Un paesaggio e un panorama completamente diversi da quello che avevamo visto fino a quel momento, ma anche un clima molto più rigido. Cesario ci ha fatto conoscere la sua famiglia, la sua città, le sue tradizioni, abbiamo trascorso con lui tre giorni prima di affrontare l’ultima nostra esperienza,  l’orfanotrofio o meglio “l’orfanato”.

Rifatte le 5 ore di viaggio in questi pulmini sovraccarichi di persone, animali e cose (un pulmino da 16 veniva caricato con 24 persone circa) torniamo a Tete. Arriviamo all’orfanotrofio dove troviamo una situazione un po’ atipica, poiché  in quel periodo in Mozambico si stava effettuando il censimento e i professori erano gli incaricati di tale ruolo. Non essendoci gli insegnanti non c’erano lezioni e quindi i bambini erano tutto il giorno in “autogestione”, ma in questo modo abbiamo potuto passare tutte le giornate con loro… dal momento del bagnetto, ai giochi, alla preparazione dei pasti. Non nego che sia stata dura, dura da pensare che quei bambini erano orfani, dura da pensare che non hanno nessuno che li coccoli e dura vederli così già maturi e autosufficienti alla loro età. Li abbiamo coccolati ma soprattutto ci hanno coccolato, gli abbiamo insegnato giochi ma più che altro loro ce ne hanno insegnati e a malincuore dopo 4 giorni li abbiamo dovuti lasciare.

Siamo risaliti su quell’aereo dopo un mese RICCO di esperienze, RICCO di amore, RICCO di vita e ora siamo più forti di prima, più uniti di prima  e più RICCHI di prima.

Luca e Irene

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Ciao padre Herman! Grande amico dei nostri pigmei in Burundi

Don Herman ci ha lasciati domenica scorsa (24 settembre 2017).

Il Burundi e moltissimi amici italiani perdono un grande uomo ed un amico.

Per me un fratello maggiore che ha dedicato tutta la sua vita ai più poveri tra i poveri del Burundi, i nostri amici Pigmei.

Per loro ha costruito fornaci, case scuole, un collegio e…ora da Lassu’ aiutaci a continuare e sviluppare quello che hai costruito. CIAO HERMAN!!!!

Luciano Simoncini – Urukundo ONLUS 

 

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“Erano diversi anni che sognavo di andare in Africa…”

LA TESTIMONIANZA DI BENEDETTA,ILARIA E NICOLETTA SULLA LORO ESPERIENZA IN BURUNDI NELL’AGOSTO 2017

 

ILARIA :
Erano diversi anni che sognavo di andare in Africa, un terra che mi ha sempre incuriosito, dai suoi paesaggi sconfinati ai sorrisi sinceri dei bambini.
La mia avventura ebbe inizio il 30 luglio assieme ad altri tre ragazzi e durò 20 giorni, sicuramente troppo pochi per poter immergersi appieno in una realtà così diversa dalla nostra, ma comunque sufficienti a far comprendere i veri valori della vita.
Durante la nostra permanenza fummo ospitati da un congregazione di preti burundesi che ci permisero di immergerci appieno nei loro progetti (Mattone, carte d’identità, adozioni a distanza,…) volti ad aiutare e integrare l’ultima delle tre etnie presenti in Burundi, i Pigmei.
Le nostre giornate erano piene, spiazzanti e ogni giorno non sapevamo cosa ci aspettasse.
Abbiamo visitato il mercato di Gitega dove compravamo la farina, il sale il pesce per poi portarli nei villaggi dei Pigmei che ogni volta ci accoglievano con i loro balli pieni di energia, ritmo e colori. Ogni bambino del villaggio emanava un’immensa voglia di vita con i loro grandi occhi scuri e con i loro sorrisi, nonostante vivessero in case di paglia, mangiassero una volta al giorno e spesso avessero un solo indumento con cui coprirsi.
I villaggi visitati furono davvero molti e, oltre a portar loro le risorse alimentari, regalammo degli indumenti che avevamo portato appositamente dall’Italia nelle nostre valigie, e inoltre aiutammo anche alcune persone malate garantendo le cure necessarie alla loro guarigione.
Abbiamo visitato un orfanotrofio gestito da suore, in cui erano presenti bambini orfani a causa dell’elevata mortalità delle donne durante il parto.
Abbiamo visitato un centro di bambini e ragazzi con difficoltà familiari o senza fissa dimora, anch’esso gestito da delle suore, il quale garantisce loro due pasti al giorno e lezioni di matematica, francese, inglese e attività ludiche varie.
Non è facile spiegare ciò che accade dentro di noi quando si vive un’esperienza simile, poiché raccontarlo non è mai come viverlo in prima persona, per questo consiglio questa esperienza a tutti perché permette di rivalutare molti aspetti della propria vita, in particolare ci fa essere consapevoli ancora di più di quanto la felicità non si trova nelle cose materiali e di quanto non ci manca davvero nulla per essere felici.
Spero un giorno di ritornare in Africa, di rivivere appieno i suoi colori, odori, ritmi, cibi e usanze che mi sono rimasti impresso e che la sera prima di addormentarmi mi ritornano in mente, spero anche di rincontrare tutte le persone che ho conosciuto, in particolare Chanel, una bambina presente in uno dei tanti villaggi visitati. Chanel era magra con un grande pancione, come la maggior parte dei bambini presenti nei villaggi. Mi rimase in mente poiché appena arrivati nel suo villaggio regalammo due caramelle ad ogni bambino e appena le diedi a Chanel lei le avvicinò a me, io credevo dovessi aprirgliele e così feci e gliele ridiedi ma lei me le ridiede avvicinandomele alle labbra come se dovessi mangiarle io, lo stesso fece quando le diedi un sorso d’acqua.
Al mio ritorno ho capito che ciò che ho ricevuto è sicuramente maggiore di ciò che ho dato; per questo consiglio a chiunque di ricavarsi un po’ di tempo libero e di mettere da parte qualche soldo perché vale veramente la pena di vivere un’esperienza simile che sicuramente porterete nel cuore per tutta la vita.

 

BENEDETTA :
Qualche mese fa ho avuto l’occasione di conoscere l’associazione Urukundo Onlus, la quale sostiene alcuni progetti della Congregazione degli Apostoli del Buon Pastore e della Regina del Cenacolo, nata in Burundi nella provincia di Gitega quasi 30 anni fa, per stare al fianco degli ultimi, in particolare dei Pigmei, una delle tre etnie del Burundi, meno integrati nella società, in questo paese dilaniato da conflitti civili, problemi sociali e politici.
Da anni svolgo diverse attività di volontariato qui in Italia, in particolare con persone ai margini della società, e quando sono venuta a conoscenza dell’opportunità di intraprendere questo viaggio di conoscenza, ho capito subito che sarebbe stata una tappa fondamentale del mio percorso “interiore”.
Questo è stato il mio primo viaggio in un paese in via di sviluppo.
Il primo giorno la sensazione di disorientamento era forte, provavo quasi un senso di colpa, come se io mi trovassi dalla parte sbagliata, come se la povertà che vedevo in ogni luogo dipendesse da noi “mzungu” (così chiamano noi “bianchi”).
Poi giorno dopo giorno mi sentivo sempre più parte integrante di quella realtà, e questo soprattutto grazie all’accoglienza e alla condivisione, due parole che riassumono ciò che è stata la mia esperienza.
Mi sono sentita accolta e amata ogni volta in cui siamo andati a visitare i villaggi dei nostri amici pigmei, camminando e ballando al loro fianco, ogni volta in cui abbiamo giocato e sorriso con i bambini e i ragazzi che vivono in strada o in orfanotrofio, ogni volta in cui abbiamo fatto visita alle famiglie del posto, aprendoci le loro porte e il loro cuore, quando abbiamo ascoltato i sogni dei ragazzi che grazie alla Congregazione e all’Associazione hanno l’opportunità di frequentare l’università, e in ogni momento che abbiamo condiviso con chi ha scelto di dedicare la propria vita al prossimo e al Signore, progettando e lavorando insieme per gli ultimi del Burundi.
La condivisione delle attività con i membri della Congregazione è stata determinante per vivere pienamente quest’esperienza, facendo visita ai villaggi e osservando le loro esigenze, tornando a casa e discutendo sugli sviluppi dei progetti, partecipando ai momenti di preghiera quotidiani, o semplicemente facendo le pulizie assieme, tutto ciò ha determinato in noi un senso di unione e appartenenza fondamentale per continuare a costruire insieme.
Tutti i sentimenti e in particolare l’amore che ho vissuto in questo viaggio hanno un senso solo portandoli e continuando a curarli qui in Italia, sostenendo i progetti dell’Associazione e della Congregazione, camminando al fianco dei nostri amici Pigmei, contribuendo alla loro integrazione nella società burundese e testimoniando i valori di accoglienza, cittadinanza, integrazione e cooperazione, fondamentali per la costruzione di una società migliore; ognuno di noi è chiamato a fare ciò, tralasciando le lamentele, i pregiudizi e i giudizi (che sicuramente non stimolano l’operato altrui), non rimanendo semplici osservatori ma diventando i protagonisti di un nuovo stile di vita.

 

NICOLETTA :
Raccontare l’esperienza non è facile, se qualcuno mi chiedesse di riassumere ora la mia esperienza in due parole direi “occhi” e “eucarestia”. Occhi dei volti delle persone che ho avuto l’onore di incontrare. Occhi delle persone che ho rincontrato dopo 5 anni (rivedere i bambini cresciuti, passare un pomeriggio con i ragazzi del progetto Università, sentirsi chiamare per nome dopo tutto questo tempo sono state emozioni indescrivibili ). Occhi dei “fratelli” della congregazione. Occhi perché sono riuscita ad “osservare” più cose e rendermi conto delle tremende ingiustizie e delle “regole” del commercio internazionale che impoveriscono il paese e violano i diritti umani. Occhi che prendono luce, perché dopo la prima esperienza nel 2012 mi ero messa subito in “azione” facendo volontariato in diversi ambiti in Italia (senza fissa dimora, immigrati, cooperazione, commercio equo), scegliendo e consumando in modo più consapevole, poi cercando di condividere la mia esperienza e prendermi cura dei semi, farli crescere nel mio cuore e trasmetterli a chi mi sta vicino. Occhi nuovi per guardare più in su, per la bellezza piena della vita, occhi per vivere al meglio il cammino. Il BURUNDI mi ha dato la SCOSSA, per provare a vivere anche l’ordinario di tutti i giorni, in modo “straordinario”, non vuol dire che sia facile ma bisogna crederci, è compito di noi giovani che siamo protagonisti nel/del mondo essere entusiasti, audaci, coraggiosi nelle scelte e metterci passione nell’essere e nel fare. Eucarestia per ringraziare dell’opportunità e della condivisione diretta con la congregazione. Eucarestia per ringraziare del tempo e delle persone che ho conosciuto. Eucarestia per ringraziare la sorgente dell’amore che è Cristo che mi nutre ogni giorno, che mi rafforza a stare vicino all’altro e accoglierlo senza pregiudizi. Eucarestia per ringraziare per il “mal d’Africa”; si dice spesso che la gratitudine sia la memoria del cuore. Ringraziare è una grande preghiera. Secondo quanto afferma un detto africano, “ringraziare significa sedersi dinnanzi a Dio e rallegrarsi”. Concludo con un proverbio burundese “Umutima ntuba mworo” il cuore non può mai essere povero.

 

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Sei ragazzi in Burundi e Mozambico

Estate con il Centro Missionario Diocesano di Fano

Oltre ai 50 ragazzi che tra il 23 e il 29 Luglio hanno preso parte al Campo Missionario 2017, qualcuno ha espresso il desiderio di un’esperienza più lunga per immergersi e respirare aria di missione direttamente nelle terre lontane dove il Centro Missionario opera. Saranno sei i ragazzi a partire. Tra loro c’è chi ha appena finito la maturità, chi da anni sognava questo viaggio, chi lavora già per i più poveri, chi ha “sentito dire” di questa possibilità e ci si è buttato e chi fin da ragazzo ha dato il suo contributo all’interno del Centro Missionario. Quattro di loro (Nicoletta, Ilaria, Benedetta ed Ettore) partiranno per trascorrere un mese in Burundi, dove ad attenderli troveranno la comunità dei Padri del Buon Pastore e della Regina del Cenacolo. Si tratta di una comunità locale, nata per aiutare i più poveri tra i poveri: i pigmei che in quelle terre sono emarginati e tenuti al limite della società. Durante la loro permanenza potranno toccare con mano i tanti progetti che da anni vengono portati avanti nella zona di Gitega, città al centro della piccola nazione africana.

Luca e Irene invece saranno diretti in Mozambico, dove ad accoglierli ci sarà Padre Sandro, missionario italiano che vive a Tete. Saranno accompagnati a conoscere la realtà locale e i progetti che stanno nascendo, grazie anche al contributo di altri ragazzi e ragazze che negli anni scorsi hanno fatto esperienza di missione in quelle terre. Luca è da anni segretario del Centro Missionario e già cinque anni fa aveva vissuto un mese presso la missione diocesana di Kipsing in Kenya, mentre Irene è un ingegnere ambientale e insegnante di tessuti aerei. “Abbiamo deciso di vivere questa esperienza di coppia per toccare con mano un altro tipo di vita, più vera e per certi versi anche più dura” ci dicono. Sicuramente aspetta a tutti un esperienza nuova, che potrà allargare loro lo sguardo su una realtà lontana ma con un’umanità vicina, anzi unita a noi. Tutto questo, nel nostro piccolo, grazie a questo “ponte” che il Centro Missionario Diocesano offre da anni.

Filippo Bargnesi

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