Il racconto missionario di Giulia e Eugenio

Quattro ragazzi tra i 18 e i 32 anni provenienti da varie parti della diocesi di Fano, Fossombrone, Cagli e Pergola hanno dedicato un mese della loro estate 2018 ad un’esperienza in missione.
La meta è stata Gitega, Burundi, ospiti dei Padri del Buon Pastore e della Regina del Cenacolo, che da ormai tanti anni, sostenuti anche dalla diocesi di Fano e dall’associazione Urukundo onlus, conducono progetti a favore dei pigmei, la parte più povera della popolazione burundese.

Qui il racconto di due di loro, Giulia e Eugenio.

Giulia ci racconta la sua esperienza estiva in Burundi

“Ciao, sono Giulia! Sono una ragazza di 20 anni e ho deciso di fare un’esperienza in Burundi per mettermi in gioco in una cosa che a pelle mi “ispirava”, anche se la scelta di partire è stata un po’ lunga, dato che l’idea mi è venuta circa due anni fa quando mi hanno regalato, per il mio diciottesimo, dei soldi per un viaggio; non conoscevo bene l’associazione , avevo solo sentito parlare di alcuni progetti e avevo ascoltato qualche resoconto del viaggio … beh alla fine è stata un’esperienza che mi ha dato più di quanto potessi immaginare: è stato davvero bello vedere e vivere un altro mondo, così diverso e lontano dalla nostra quotidianità, e sentircisi comunque bene.

Quando mi chiedono cosa sono andata a fare faccio sempre un po’ fatica a rispondere, perché non è un’esperienza di volontariato come siamo soliti intendere, è una vera e propria esperienza di condivisione della vita dei preti, dei fratelli e dei novizi della Congregazione in cui siamo stati ospitati: nonostante la diversità culturale, di abitudini e di visioni abbiamo condiviso la quotidianità di questi ragazzi di 25-30 anni, abbiamo parlato, riso e scherzato con loro.

Prima di partire un amico che sapeva delle mie preoccupazioni e dei tentennamenti sul viaggio e su quello che avrei fatto, mi ha detto “Porta te stessa”: questo ho cercato di fare nelle visite, negli incontri, nei momenti passati con i novizi e anche nel piccolo progetto delle CAM. E questo è quello che mi sento di consigliare a chiunque stia pensando alla partenza: portate voi stessi, quello che siete, e vivete tutto senza aspettative, con gli occhi spalancati, pronti a trarre il possibile da ogni momento.

Quelli della congregazione ci chiamano “visitatori”, ed è questo che praticamente abbiamo fatto: visitare il paese e i progetti di Urukundo e della Congregazione, che sono volti a cercare di migliorare le condizioni di vita dei pigmei, gli ultimi del Burundi, di questo paese che chiamano il “cuore malato” dell’Africa. Visto che avevamo raccolto delle donazioni prima di partire, con un aperitivo di beneficienza, abbiamo cercato di capire quale fosse il modo migliore di destinarle, chiedendo nei villaggi quali fossero i loro problemi, e sulla base di ciò abbiamo deciso di acquistare delle Carte di Assicurazione Medica (CAM) per circa 350 famiglie. Mi è piaciuto tantissimo trovare un progetto pratico da portare avanti, e adoperarmi per realizzarlo: per acquistare queste carte abbiamo dovuto fare dei veri e propri censimenti di 5 villaggi, con tanto di fototessera per ogni genitore. (foto in allegato)

È stato difficile all’inizio constatare che ci sono tanti problemi e che né noi in quel momento né l’associazione in generale poteva pensare di risolvere a breve. Ho provato un iniziale sentimento di impotenza nel confrontarmi con la realtà dei villaggi (e non solo, anche con quella del mercato di Gitega, dell’orfanotrofio, di Ipred, ovvero il centro per ragazzi di strada, del centro disabili). Uno dei primi giorni abbiamo conosciuto una suora italiana, Suor Erica, e parlandole di questo senso di impotenza, lei mi ha risposto: “Non è vero che non potete fare niente, potete portarci nel cuore”. Ed è questo che voglio fare ora, e voglio anche cercare di trasmettere e diffondere in Italia il più possibile di quest’esperienza, lo devo a tutti loro. Anche se ci sembra di non poter fare niente, e che alla fine le donazioni siano solo soldi, per loro questo vuol dire molto, e non solo in termini economici: quando abbiamo incontrato i 9 ragazzi del progetto Università è stato bello sentirsi dire, con gli occhi pieni di gratitudine “Grazie. Senza l’associazione e senza le donazioni noi non potremmo fare questa vita, tutto questo lo dobbiamo a voi”. Incontrarli, vedere la “fine” di un progetto per me è significato molto: dopo un mio primo momento di sconforto per le condizioni apparentemente irrisolvibili in cui vivono nei villaggi, questi ragazzi, che fanno una vita completamente diversa da quella dei loro genitori e dei loro familiari grazie all’istruzione, mi hanno dato la speranza che anche per loro le cose possano cambiare, con il tempo, con la pazienza e con il nostro aiuto.

Le emozioni che ho provato nei villaggi, con i bambini incontrati lì o negli orfanotrofi, la serenità dei viaggi in macchina con della musica burundese in sottofondo e lo sguardo perso tra colline di terra rossa, la visione mozzafiato di un tramonto o di un’alba, ma soprattutto le persone che ho incontrato e con cui ho parlato in maniera sincera: queste sono le cose che mi porterò sempre nel cuore, nel “kumutima”, come dicono in Kirundi.”

Giulia

Le parole di Eugenio: un’esperienza che mi ha catturato

“Visitare questo paese per me è stato come realizzare un sogno che da tempo era dentro il mio piccolo cuore. Dico piccolo perché a completamento del viaggio che duro purtroppo solo un mese, ci si accorge di quanto, nella società attuale, si sia persa quella solidarietà e quella voglia di aiutare il prossimo e che di conseguenza il nostro cuore si sia di tanto rimpicciolito.

Il mio viaggio in Burundi (o per meglio dire il nostro viaggio, perché a farmi compagnia in questa splendida avventura c’erano anche Mattia, Giulia e Benedetta) cominciò il 25 Luglio, a distanza di una ventina di giorni dalla mia tanto attesa maturità.

Subito ad accoglierci e a dimostrarci un amore incondizionato c’erano i membri della congregazione degli Apostoli del Buon Pastore e della Regina del Cenacolo: una ventina di persone tra padri, fratelli, novizi, postulanti e collaboratori vari, che oltre a fornirci tutto l’aiuto possibile per rendere il nostro soggiorno “comodo”, dedicano la loro vita ad aiutare gli ultimi del Burundi: i Pigmei.

Nella Repubblica Democratica del Burundi vivono tre etnie distinte: gli hutu, i tutsi e i pigmei, che per motivi non discriminatori chiamavano “nostri amici”. Quest’ultima è in netta minoranza rispetto alle altre due etnie, una delle tante ragioni per cui i nostri amici sono emarginati dal resto della popolazione e vivono isolati nelle campagne in luoghi spesso impervi e privi di ogni contatto con la società.

Uno dei più grandi aiuti che i nostri amici ricevono sono opera dei membri della congregazione del Buon Pastore che grazie all’aiuto prezioso dell’Associazione Urukundo onlus, porta avanti numerosi progetti (mattone, carta d’identità, adozioni a distanza, università), volti ad aiutarli, cercando di renderli indipendenti e soprattutto autosufficienti.

In questi giorni abbiamo avuto l’opportunità di visitare numerosi villaggi, dove portavamo farina e pesce, caramelle per i più piccoli, del sapone per ogni famiglia e del vestiario. In media ogni villaggio è composto da circa 50 famiglie ed oltre ad essere stati completamente catturati dai quegli sguardi così autentici e sorridenti, effettuavamo una serie di domande per poter capire la situazione sociale, economica e soprattutto di salute degli appartenenti al villaggio. Dopo aver individuato i principali bisogni dei nostri amici e dopo un attento confronto con i padri e i fratelli della Congregazione abbiamo deciso di iniziare un piccolo progetto, ma che potrebbe dare loro un grande aiuto: le CAM (Cartes Assurance e Maladie). In sostanza si tratta di un’associazione medica che viene concessa famiglia per famiglia, grazie alla quale si può accedere più concretamente ai servizi medico sanitari, si usufruisce di un grande sconto sui medicinali e sulle cure e i bambini dai 5 ai 18 anni pagano una somma molto ridotta.

Le giornate erano piene e quando non avevamo la possibilità di visitare i villaggi, dedicavamo del tempo alla visita di strutture esterne alla Congregazione, come il complesso scolastico di grado superiore gestito è realizzato dalla comunità delle Suore Operaie: un istituto medico-pedagogico per bambini e ragazzi con disabilità fisiche e mentali, un orfanotrofio, un centro diurno per bambini di strada o con gravi problemi famigliari. Quest’ultimo è gestito da volontari e oltre a garantire ai bambini due pasti al giorno, realizza laboratori per la costruzione di piccoli oggetti fatti a mano.

È stato incredibile il fatto di poter toccare con mano questi progetti, una gioia immensa per me passare del tempo con i ragazzi che frequentano l’università (tramite il progetto università) e vedere la trasformazione è il processo culturale che dal villaggio isolato li ha portati ad ottenere una laurea.

Un sincero ringraziamento va fatto alla Congregazione del Buon Pastore, che ci hanno messo a disposizione l’alloggio e che ogni giorno cercavano di farci sentire come “a casa”. Un’esperienza tutta da vivere che ti lascerà nel cuore un senso di profonda commozione verso tutto quello che significa vivere in un ambiente così povero e ostile. Un’avventura che vale la pena di intraprendere; un percorso che all’inizio potrà sembrar difficile, ma che poi ti cattura e non ti lascia più. Un sogno che si è realizzato.”

Eugenio

 

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Estate in Burundi: racconti di un viaggio nel cuore “malato” dell’Africa

Quattro ragazzi tra i 18 e i 32 anni provenienti da varie parti della diocesi di Fano Fossombrone Cagli  Pergola hanno dedicato un mese della loro estate 2018 ad un’esperienza in missione. La meta è stata Gitega, Burundi, ospiti dei Padri del Buon Pastore e della Regina del Cenacolo, che da ormai tanti anni, sostenuti anche dalla diocesi di Fano e dall’associazione Urukundo onlus, conducono progetti a favore dei pigmei, la parte più povera della popolazione burundese.

Giulia ci riporta le emozioni vissute durante questo intenso mese: “Quando mi chiedono cosa sono andata a fare faccio sempre un po’ fatica a rispondere, perché non è un’esperienza di volontariato come siamo soliti intendere, è una vera e propria esperienza di condivisione della vita dei preti, dei fratelli e dei novizi della Congregazione in cui siamo stati ospitati” e aggiunge “Ho provato un iniziale sentimento di impotenza nel confrontarmi con la realtà dei villaggi (e non solo, anche con quella del mercato di Gitega, dell’orfanotrofio, di Ipred, ovvero il centro per ragazzi di strada, del centro disabili). Uno dei primi giorni abbiamo conosciuto una suora italiana, Suor Erica, e parlandole di questo senso di impotenza, lei mi ha risposto: “Non è vero che non potete fare niente, potete portarci nel cuore”. Ed è questo che voglio fare ora, e voglio anche cercare di trasmettere e diffondere in Italia il più possibile di quest’esperienza, lo devo a tutti loro”. Eugenio invece ci spiega la delicata situazione dei pigmei nel Paese e ci racconta il lavoro svolto nel tempo trascorso in missione: “Nella Repubblica Democratica del Burundi vivono tre etnie distinte: gli hutu, i tutsi e i pigmei. Quest’ultima è in netta minoranza rispetto alle altre due etnie: una delle tante ragioni per cui i pigmei sono emarginati dal resto della popolazione e vivono isolati nelle campagne in luoghi spesso impervi e privi di ogni contatto con la società.
Uno dei più grandi aiuti che i pigmei ricevono sono opera dei membri della congregazione del Buon Pastore che grazie all’aiuto prezioso dell’associazione Urukundo onlus, porta avanti numerosi progetti (mattone, carta d’identità, adozioni a distanza, università), volti ad aiutarli, cercando di renderli indipendenti e soprattutto autosufficienti. In questi giorni abbiamo avuto l’opportunità di visitare numerosi villaggi e abbiamo deciso di iniziare anche noi un piccolo progetto, ma che potrebbe dare loro un grande aiuto: le CAM (Cartes Assurance e Maladie). In sostanza si tratta di un’associazione medica che viene concessa famiglia per famiglia, grazie alla quale si può accedere più concretamente ai servizi medico sanitari” e conclude definendo l’esperienza “un sogno che si è realizzato”.

Filippo Bargnesi
responsabile partenti CMD Fano
volontario Urukundo ONLUS

IL RACCONTO DI EUGENIO E GIULIA:
https://www.ildiso.it/2018/09/il-racconto-missionario-di-giulia-e-eugenio/

 

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Suor Daniela, da nove mesi in Tanzania, ci racconta la sua missione!

Carissimi, a quasi nove mesi dal mio arrivo qui in Tanzania e in occasione del mese dedicato alla Missione, desidero condividere con voi un po’ della mia vita.

Il tempo vissuto finora è stato decisamente “Tempo di Grazia”! Dopo i primi mesi passati a scuola per imparare il Kiswahili, ho potuto inserirmi nella mia nuova comunità e nella mia nuova vita…

Tanti volti, tante storie, ma soprattutto tanta bellezza (a partire dagli occhi grandi e profondi dei bambini, passando attraverso i colori intensi e decisi dei paesaggi africani per arrivare allo spettacolo della via lattea visibile nel cielo ogni notte tra miriadi di stelle!) mi stanno accompagnando nel cammino: veramente il Signore è grande nell’Amore e le sue promesse fioriscono in benedizioni!

Certo, anche le fatiche non mancano: l’impotenza di fronte a tante situazioni di povertà, la sfida di imparare a conoscere e ad amare una realtà tanto lontana da quella a cui ero abituata, che spesso scomoda le mie convinzioni e le mie “certezze” (come l’imparare a vivere senza tante comodità che in Italia ormai diamo per scontate ma che in effetti non sono essenziali per vivere…), la lontananza fisica di tante persone care e la fatica di comprendere alcuni tratti culturali che però è necessario accogliere senza giudicare dall’alto…

Eppure ogni giorno ritrovo nuova forza ed entusiasmo per continuare a camminare con i figli di questa Terra che da sempre porto nel cuore: sicuramente il Signore continua a custodire la mia vita ma sono certa che è anche grazie al vostro ricordo e alla vostra preghiera che io posso cercare di essere uno strumento, seppur povero e imperfetto della Tenerezza del Padre e anche per ciascuno di voi desidero continuare ad annunciare con la mia vita che Dio ama ogni suo figlio e desidera per ciascuno la gioia piena dell’essere in comunione con Chi, per Amore gratuito e preveniente, ci ha creati e ci accompagna nel cammino della vita.

Nella Chiesa ci sono molte vocazioni e molti ministeri, tutti preziosi ed essenziali, e allora durante questo mese dedicato in particolare alla preghiera per i missionari desidero augurare a ciascuno di voi di trovare, accogliere e vivere in pienezza la propria vocazione: solo così potremo davvero essere nella Gioia, anche se ci troviamo a vivere momenti di fatica e di sofferenza…

Il cristiano è  per sua stessa natura missionario e se non tutti sono chiamati a partire per terre lontane, sicuramente tutti siamo chiamati a portare nel mondo, nel nostro ambiente di vita, la Bella Notizia che il nostro Dio è un Padre che ci ama immensamente e che desidera offrirci la Vita piena e la possibilità di vivere amando come ama Lui!

Continuiamo allora a camminare insieme, come una famiglia unita nella fede in Cristo, nella consapevolezza che le distanze non possono rompere il legame che ci unisce e che continuerà a rimanere vivo nei nostri cuori…

Vi abbraccio, vi ricordo con affetto nella preghiera e vi benedico!

Sr Daniela M. Alborghetti

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Luca e Irene, un’esperienza di vita, di coppia e di fede in Mozambico

Una coppia di giovani di Fano, Irene e Luca, Ingegnere lei e Grafico lui (e segretario del CMD Fano) decidono di partire per l’Africa…

Così è iniziata la nostra esperienza. 

Dopo un anno di meditazione sul da farsi decidiamo di partire e senza troppe organizzazioni compriamo i biglietti…

Partiti il 27 Luglio, dopo 24h di viaggio, arriviamo a Tete, capoluogo dell’omonima provincia a nord del Mozambico; sin dall’atterraggio si poteva notare la differenza di paesaggio rispetto al mondo italiano; appena arrivati ci viene a prendere Padre Sandro, missionario Italiano della Consolata e sostituto temporaneo del vescovo, e con lui  trascorriamo le prime ore africane tra racconti e raccomandazioni del caso.

L’indomani raggiungiamo un gruppo di ragazzi che stavano concludendo una settimana di formazione come animatori missionari, nulla di così diverso dal Campo Missionario Diocesano che si tiene nella nostra Diocesi tutti gli anni; erano guidati da un giovane Missionario laico venezuelano di nome Efrem con cui poi abbiamo trascorso tutta la settimana successiva. In queste due giornate passate con loro, ci siamo potuti confrontare a lungo, dato che alcuni parlavano inglese (la lingua ufficiale del Mozambico è il Portoghese, a noi ignoto, perlomeno all’inizio dell’esperienza). Abbiamo chiesto tutte le curiosità che fino a quel momento ci avevano colpito e loro hanno fatto lo stesso per noi, loro non si spiegavano come noi a 30 anni potessimo non avere un gregge di figli e noi non ci spiegavamo il perché di quella strana “gonna” che tutte le donne portavano: la “Capulana”, una stoffa africana con immagini e colori tipicamente africani che usano le donne in molteplici condizioni, come marsupio per i bimbi, per proteggersi dal freddo, come telo da appoggiare a terra ma anche come segno di rispetto verso gli altri e verso se stesse.

Dopo la festa, tipica di fine campo missionario, siamo partiti verso Manje, una città a circa 3 ore da Tete, con Efrem e un Padre Missionario brasiliano di nome Devanil. Arrivati a Manje abbiamo conosciuto anche Padre Antonio, un prete venezuelano che insieme ad Efrem ha costruito (nel senso pratico del termine) una parrocchia e altre strutture per la comunità, abbiamo visitato la città, i suoi mercati, le scuole, gli uffici del governo. Come bambini cercavamo di apprendere il più possibile da quello che ci circondava e come cinesi cercavamo di fare più foto possibili per far rimanere i ricordi.

Il giorno seguente siamo ripartiti, direzione Cassacatiza, un villaggio vicino al confine con lo Zambia. Mentre fino a quel momento non avevamo ancora visto la vera e propria Africa, qui abbiamo toccato con mano le reali condizioni di vita dei Mozambicani. Abbiamo passato otto giorni senza elettricità ne acqua corrente, il che vuol dire: senza luce, senza poter caricare i telefoni o la macchina fotografica e senza alcun tipo di condizione igienica, sia di bagno che di cucina. La nostra suìte era un materassino appoggiato a terra su un paglierino in un vero e proprio nido di ragni, il bagno era una recinzione di paglia in cui si facevano i bisogni a terra e la cucina erano quattro bastoni appoggiati a terra a cui veniva dato fuoco e sopra veniva appoggiato un pentolone in cui mangiava tutto il villaggio. A parte le condizioni igieniche, a cui in poco tempo ci si doveva adattare, abbiamo iniziato la vera e propria missione: al mattino ci adoperavamo con la popolazione del luogo nella costruzione di un bagno in muratura (finalmente dopo 5 anni di ingegneria Irene ha preso in mano cazzuola e mattoni) e al pomeriggio facevamo gioco/scuola con i bambini del villaggio dato che la maggior parte di loro non ha istruzione e nulla da fare tutto il giorno. Tutti i giorni questa era la routine. Abbiamo quindi vissuto al 100% il villaggio, i bambini e i loro giochi, le messe infinite cantate e ballate, le differenze culturali ma soprattutto le somiglianze. Il penultimo giorno dopo due ore e 15 km di cammino abbiamo raggiunto un villaggio “vicino” per celebrare la messa  e continuare a portare la parola e la fede anche lì dato che spesso non viene raggiunto per settimane e per mesi a causa dell’assenza di un ponte per poter attraversare il fiume che separa i due villaggi.

Dopo un piccolo “inconveniente” e una breve tappa in una clinica, siamo ritornati a Manje per “visitare” un ospedale un po’ più attrezzato e per fare armi e bagagli per poi affrontare un altro viaggio.

Il giorno successivo siamo quindi partiti per l’Angonia, sulle montagne del Mozambico, per andare a trovare Padre Cesario, un sacerdote mozambicano che studia da tre anni a Fano. Un paesaggio e un panorama completamente diversi da quello che avevamo visto fino a quel momento, ma anche un clima molto più rigido. Cesario ci ha fatto conoscere la sua famiglia, la sua città, le sue tradizioni, abbiamo trascorso con lui tre giorni prima di affrontare l’ultima nostra esperienza,  l’orfanotrofio o meglio “l’orfanato”.

Rifatte le 5 ore di viaggio in questi pulmini sovraccarichi di persone, animali e cose (un pulmino da 16 veniva caricato con 24 persone circa) torniamo a Tete. Arriviamo all’orfanotrofio dove troviamo una situazione un po’ atipica, poiché  in quel periodo in Mozambico si stava effettuando il censimento e i professori erano gli incaricati di tale ruolo. Non essendoci gli insegnanti non c’erano lezioni e quindi i bambini erano tutto il giorno in “autogestione”, ma in questo modo abbiamo potuto passare tutte le giornate con loro… dal momento del bagnetto, ai giochi, alla preparazione dei pasti. Non nego che sia stata dura, dura da pensare che quei bambini erano orfani, dura da pensare che non hanno nessuno che li coccoli e dura vederli così già maturi e autosufficienti alla loro età. Li abbiamo coccolati ma soprattutto ci hanno coccolato, gli abbiamo insegnato giochi ma più che altro loro ce ne hanno insegnati e a malincuore dopo 4 giorni li abbiamo dovuti lasciare.

Siamo risaliti su quell’aereo dopo un mese RICCO di esperienze, RICCO di amore, RICCO di vita e ora siamo più forti di prima, più uniti di prima  e più RICCHI di prima.

Luca e Irene

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Ciao padre Herman! Grande amico dei nostri pigmei in Burundi

Don Herman ci ha lasciati domenica scorsa (24 settembre 2017).

Il Burundi e moltissimi amici italiani perdono un grande uomo ed un amico.

Per me un fratello maggiore che ha dedicato tutta la sua vita ai più poveri tra i poveri del Burundi, i nostri amici Pigmei.

Per loro ha costruito fornaci, case scuole, un collegio e…ora da Lassu’ aiutaci a continuare e sviluppare quello che hai costruito. CIAO HERMAN!!!!

Luciano Simoncini – Urukundo ONLUS 

 

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