“Erano diversi anni che sognavo di andare in Africa…”

LA TESTIMONIANZA DI BENEDETTA,ILARIA E NICOLETTA SULLA LORO ESPERIENZA IN BURUNDI NELL’AGOSTO 2017

 

ILARIA :
Erano diversi anni che sognavo di andare in Africa, un terra che mi ha sempre incuriosito, dai suoi paesaggi sconfinati ai sorrisi sinceri dei bambini.
La mia avventura ebbe inizio il 30 luglio assieme ad altri tre ragazzi e durò 20 giorni, sicuramente troppo pochi per poter immergersi appieno in una realtà così diversa dalla nostra, ma comunque sufficienti a far comprendere i veri valori della vita.
Durante la nostra permanenza fummo ospitati da un congregazione di preti burundesi che ci permisero di immergerci appieno nei loro progetti (Mattone, carte d’identità, adozioni a distanza,…) volti ad aiutare e integrare l’ultima delle tre etnie presenti in Burundi, i Pigmei.
Le nostre giornate erano piene, spiazzanti e ogni giorno non sapevamo cosa ci aspettasse.
Abbiamo visitato il mercato di Gitega dove compravamo la farina, il sale il pesce per poi portarli nei villaggi dei Pigmei che ogni volta ci accoglievano con i loro balli pieni di energia, ritmo e colori. Ogni bambino del villaggio emanava un’immensa voglia di vita con i loro grandi occhi scuri e con i loro sorrisi, nonostante vivessero in case di paglia, mangiassero una volta al giorno e spesso avessero un solo indumento con cui coprirsi.
I villaggi visitati furono davvero molti e, oltre a portar loro le risorse alimentari, regalammo degli indumenti che avevamo portato appositamente dall’Italia nelle nostre valigie, e inoltre aiutammo anche alcune persone malate garantendo le cure necessarie alla loro guarigione.
Abbiamo visitato un orfanotrofio gestito da suore, in cui erano presenti bambini orfani a causa dell’elevata mortalità delle donne durante il parto.
Abbiamo visitato un centro di bambini e ragazzi con difficoltà familiari o senza fissa dimora, anch’esso gestito da delle suore, il quale garantisce loro due pasti al giorno e lezioni di matematica, francese, inglese e attività ludiche varie.
Non è facile spiegare ciò che accade dentro di noi quando si vive un’esperienza simile, poiché raccontarlo non è mai come viverlo in prima persona, per questo consiglio questa esperienza a tutti perché permette di rivalutare molti aspetti della propria vita, in particolare ci fa essere consapevoli ancora di più di quanto la felicità non si trova nelle cose materiali e di quanto non ci manca davvero nulla per essere felici.
Spero un giorno di ritornare in Africa, di rivivere appieno i suoi colori, odori, ritmi, cibi e usanze che mi sono rimasti impresso e che la sera prima di addormentarmi mi ritornano in mente, spero anche di rincontrare tutte le persone che ho conosciuto, in particolare Chanel, una bambina presente in uno dei tanti villaggi visitati. Chanel era magra con un grande pancione, come la maggior parte dei bambini presenti nei villaggi. Mi rimase in mente poiché appena arrivati nel suo villaggio regalammo due caramelle ad ogni bambino e appena le diedi a Chanel lei le avvicinò a me, io credevo dovessi aprirgliele e così feci e gliele ridiedi ma lei me le ridiede avvicinandomele alle labbra come se dovessi mangiarle io, lo stesso fece quando le diedi un sorso d’acqua.
Al mio ritorno ho capito che ciò che ho ricevuto è sicuramente maggiore di ciò che ho dato; per questo consiglio a chiunque di ricavarsi un po’ di tempo libero e di mettere da parte qualche soldo perché vale veramente la pena di vivere un’esperienza simile che sicuramente porterete nel cuore per tutta la vita.

 

BENEDETTA :
Qualche mese fa ho avuto l’occasione di conoscere l’associazione Urukundo Onlus, la quale sostiene alcuni progetti della Congregazione degli Apostoli del Buon Pastore e della Regina del Cenacolo, nata in Burundi nella provincia di Gitega quasi 30 anni fa, per stare al fianco degli ultimi, in particolare dei Pigmei, una delle tre etnie del Burundi, meno integrati nella società, in questo paese dilaniato da conflitti civili, problemi sociali e politici.
Da anni svolgo diverse attività di volontariato qui in Italia, in particolare con persone ai margini della società, e quando sono venuta a conoscenza dell’opportunità di intraprendere questo viaggio di conoscenza, ho capito subito che sarebbe stata una tappa fondamentale del mio percorso “interiore”.
Questo è stato il mio primo viaggio in un paese in via di sviluppo.
Il primo giorno la sensazione di disorientamento era forte, provavo quasi un senso di colpa, come se io mi trovassi dalla parte sbagliata, come se la povertà che vedevo in ogni luogo dipendesse da noi “mzungu” (così chiamano noi “bianchi”).
Poi giorno dopo giorno mi sentivo sempre più parte integrante di quella realtà, e questo soprattutto grazie all’accoglienza e alla condivisione, due parole che riassumono ciò che è stata la mia esperienza.
Mi sono sentita accolta e amata ogni volta in cui siamo andati a visitare i villaggi dei nostri amici pigmei, camminando e ballando al loro fianco, ogni volta in cui abbiamo giocato e sorriso con i bambini e i ragazzi che vivono in strada o in orfanotrofio, ogni volta in cui abbiamo fatto visita alle famiglie del posto, aprendoci le loro porte e il loro cuore, quando abbiamo ascoltato i sogni dei ragazzi che grazie alla Congregazione e all’Associazione hanno l’opportunità di frequentare l’università, e in ogni momento che abbiamo condiviso con chi ha scelto di dedicare la propria vita al prossimo e al Signore, progettando e lavorando insieme per gli ultimi del Burundi.
La condivisione delle attività con i membri della Congregazione è stata determinante per vivere pienamente quest’esperienza, facendo visita ai villaggi e osservando le loro esigenze, tornando a casa e discutendo sugli sviluppi dei progetti, partecipando ai momenti di preghiera quotidiani, o semplicemente facendo le pulizie assieme, tutto ciò ha determinato in noi un senso di unione e appartenenza fondamentale per continuare a costruire insieme.
Tutti i sentimenti e in particolare l’amore che ho vissuto in questo viaggio hanno un senso solo portandoli e continuando a curarli qui in Italia, sostenendo i progetti dell’Associazione e della Congregazione, camminando al fianco dei nostri amici Pigmei, contribuendo alla loro integrazione nella società burundese e testimoniando i valori di accoglienza, cittadinanza, integrazione e cooperazione, fondamentali per la costruzione di una società migliore; ognuno di noi è chiamato a fare ciò, tralasciando le lamentele, i pregiudizi e i giudizi (che sicuramente non stimolano l’operato altrui), non rimanendo semplici osservatori ma diventando i protagonisti di un nuovo stile di vita.

 

NICOLETTA :
Raccontare l’esperienza non è facile, se qualcuno mi chiedesse di riassumere ora la mia esperienza in due parole direi “occhi” e “eucarestia”. Occhi dei volti delle persone che ho avuto l’onore di incontrare. Occhi delle persone che ho rincontrato dopo 5 anni (rivedere i bambini cresciuti, passare un pomeriggio con i ragazzi del progetto Università, sentirsi chiamare per nome dopo tutto questo tempo sono state emozioni indescrivibili ). Occhi dei “fratelli” della congregazione. Occhi perché sono riuscita ad “osservare” più cose e rendermi conto delle tremende ingiustizie e delle “regole” del commercio internazionale che impoveriscono il paese e violano i diritti umani. Occhi che prendono luce, perché dopo la prima esperienza nel 2012 mi ero messa subito in “azione” facendo volontariato in diversi ambiti in Italia (senza fissa dimora, immigrati, cooperazione, commercio equo), scegliendo e consumando in modo più consapevole, poi cercando di condividere la mia esperienza e prendermi cura dei semi, farli crescere nel mio cuore e trasmetterli a chi mi sta vicino. Occhi nuovi per guardare più in su, per la bellezza piena della vita, occhi per vivere al meglio il cammino. Il BURUNDI mi ha dato la SCOSSA, per provare a vivere anche l’ordinario di tutti i giorni, in modo “straordinario”, non vuol dire che sia facile ma bisogna crederci, è compito di noi giovani che siamo protagonisti nel/del mondo essere entusiasti, audaci, coraggiosi nelle scelte e metterci passione nell’essere e nel fare. Eucarestia per ringraziare dell’opportunità e della condivisione diretta con la congregazione. Eucarestia per ringraziare del tempo e delle persone che ho conosciuto. Eucarestia per ringraziare la sorgente dell’amore che è Cristo che mi nutre ogni giorno, che mi rafforza a stare vicino all’altro e accoglierlo senza pregiudizi. Eucarestia per ringraziare per il “mal d’Africa”; si dice spesso che la gratitudine sia la memoria del cuore. Ringraziare è una grande preghiera. Secondo quanto afferma un detto africano, “ringraziare significa sedersi dinnanzi a Dio e rallegrarsi”. Concludo con un proverbio burundese “Umutima ntuba mworo” il cuore non può mai essere povero.

 

Pubblicato in Lettere dall'Africa, News

Sei ragazzi in Burundi e Mozambico

Estate con il Centro Missionario Diocesano di Fano

Oltre ai 50 ragazzi che tra il 23 e il 29 Luglio hanno preso parte al Campo Missionario 2017, qualcuno ha espresso il desiderio di un’esperienza più lunga per immergersi e respirare aria di missione direttamente nelle terre lontane dove il Centro Missionario opera. Saranno sei i ragazzi a partire. Tra loro c’è chi ha appena finito la maturità, chi da anni sognava questo viaggio, chi lavora già per i più poveri, chi ha “sentito dire” di questa possibilità e ci si è buttato e chi fin da ragazzo ha dato il suo contributo all’interno del Centro Missionario. Quattro di loro (Nicoletta, Ilaria, Benedetta ed Ettore) partiranno per trascorrere un mese in Burundi, dove ad attenderli troveranno la comunità dei Padri del Buon Pastore e della Regina del Cenacolo. Si tratta di una comunità locale, nata per aiutare i più poveri tra i poveri: i pigmei che in quelle terre sono emarginati e tenuti al limite della società. Durante la loro permanenza potranno toccare con mano i tanti progetti che da anni vengono portati avanti nella zona di Gitega, città al centro della piccola nazione africana.

Luca e Irene invece saranno diretti in Mozambico, dove ad accoglierli ci sarà Padre Sandro, missionario italiano che vive a Tete. Saranno accompagnati a conoscere la realtà locale e i progetti che stanno nascendo, grazie anche al contributo di altri ragazzi e ragazze che negli anni scorsi hanno fatto esperienza di missione in quelle terre. Luca è da anni segretario del Centro Missionario e già cinque anni fa aveva vissuto un mese presso la missione diocesana di Kipsing in Kenya, mentre Irene è un ingegnere ambientale e insegnante di tessuti aerei. “Abbiamo deciso di vivere questa esperienza di coppia per toccare con mano un altro tipo di vita, più vera e per certi versi anche più dura” ci dicono. Sicuramente aspetta a tutti un esperienza nuova, che potrà allargare loro lo sguardo su una realtà lontana ma con un’umanità vicina, anzi unita a noi. Tutto questo, nel nostro piccolo, grazie a questo “ponte” che il Centro Missionario Diocesano offre da anni.

Filippo Bargnesi

Pubblicato in Lettere dall'Africa, News

“Perché da certi viaggi…in un certo senso, non si torna più” – Michele, Ilaria e Rachele in Mozambico

img_2381Raccontare l’Africa non è facile soprattutto perché si deve parlare di un’esperienza personale, perché è più quello che si prova e si vive piuttosto di un susseguirsi di fatti o eventi semplicemente da raccontare. Comunque ci proviamo, perché la testimonianza di un’esperienza così può suscitare curiosità e interesse ai giovani e meno giovani che leggeranno queste poche righe e perché no decidere di partire per viverla in prima persona.

Nel mese di Agosto io, Ilaria e Rachele (due giovani ragazze di Pergola) siamo partiti o meglio ripartiti per il Mozambico dove, nella Diocesi di Tete e non solo, attraverso i Missionari della Consolata il Centro Missionario della Diocesi di Fano Fossombrone Cagli Pergola da alcuni anni ha rapporti di amicizia, comunione ecclesiale e cooperazione.
Se mi chiedete “perché vai in Africa ?” io rispondo vado perché è un Paese che mi ridona la gioia del vivere, mi fa gustare la bellezza dell’essenziale, mi fa vedere con la fede cristiana è autentica promozione umana dell’individuo, mi fa conoscere persone che hanno tanto da insegnarmi, perché mi piace vivere un po’ di tempo nella loro quotidianità e perché l’Africa è il futuro.
Nella prima settimana, siamo stati ospiti del seminario dei Missionari della Consolata a Maputo e oltre a vivere con i giovani la loro vita abbiamo visitato diverse realtà di periferia presenti nella capitale mozambicana tra cui in particolare un centro gestito dalle Suore Missionarie della Carità di Madre Teresa di Calcutta che ospita bambini orfani, ragazzi, giovani e adulti che in diversi modi e condizioni sono state vittime del virus dell’HIV. E’ stata una mattinata che ci ha toccato molto e non ci ha lasciato per niente indifferenti di fronte a questa piaga del XX secolo che in un Paese africano è ancora più difficile da combattere e aggrava le condizioni già precarie della popolazione per lo più giovane.
Nella settimana successiva poi, riprendendo l’aereo ci siamo spostati nella Diocesi di Tete dove nei giorni subito a seguire ci siamo trasferiti nella missione di Fingòe a qualche ora di macchina dalla città di Tete.
Per tutti noi è stato bello vivere diversi giorni in questa nuova missione cattolica che attraverso la presenza di tre missionari sta portando alle persone non solo tutto ciò che riguarda la fede, la prima evangelizzazione e i sacramenti, ma con l’aiuto anche di altri giovani locali stanno contribuendo alla promozione umana e sociale dell’intera popolazione del Distretto.
A Fingòe, dopo l’esperienza di Ilaria, è stato attivato da lei e dalle sue compagnie di viaggio lo scorso anno un progetto a sostegno delle donne dei villaggi con l’obiettivo di formare e creare donne capaci di contribuire in maniera attiva al bene delle comunità di appartenenza. Quest’anno è stata l’occasione di portare i frutti di questo progetto e anche di vedere già come le donne dei villaggi di Fingòe sono elementi attivi della comunità.
Gli ultimi giorni poi abbiamo avuto l’occasione di visitare altre realtà della Diocesi di Tete tra cui Boroma (prima missione cattolica fondata nel 1885), Changara e l’Orfanotrofio San José.
Nelle ultime due realtà sono attivi dei piccoli progetti di cooperazione che il Centro Missionario ha attivato qualche anno fa.
A Changara il Centro Missionario in collaborazione con i sacerdoti locali sostiene un centro che ospita anziani che, nella cultura africana, diventando improduttivi lasciano la casa di famiglia ai propri figli e attendono la morte. Qui trovano posto dove vivere in maniera dignitosa gli ultimi anni della loro vita aiutati dal welfare nazionale ma soprattutto dalla parrocchia.
Mentre nel Centro San Josè gestito dalle suore di San Josè di Cluny, che si trova nella periferia di Tete, vivono circa 75 bambini e ragazzi che sono stati abbandonati dai loro genitori o sono rimasti orfani.
I giorni all’Orfanotrofio San Josè sono stati quelli che mi hanno interrogato di più e mi hanno fatto commuovere perché se è vero che in Africa ci sono tanti problemi legati ai bisogni primari di ogni individuo a questi bambini e ragazzi, sono stati ingiustamente privati anche l’affetto e la presenza della loro famiglia.
img_8497A questi ragazzi, il giorno prima di partire per rientrare in Italia, ho promesso di tornare nel 2018…chissà se riuscirò a mantenere questa promessa e poter così rigodere ancora della bellezza di quella terra e delle persone che la abitano perché da certi viaggi, in un certo senso, non si torna più.

img_8762
Per rimanere aggiornati e scoprire di più su questa Missione visitate il sito della Centro Missionario Diocesano di Fano www.ildiso.it, la pagina Facebook “Centro Missionario Diocesano – Fano” oppure contattate noi tre giovani che abbiamo vissuto in prima persona questa esperienza.

 

Michele Montanari

Pubblicato in Lettere dall'Africa

Qui i padri stanno tra la gente – Ilaria, esperienza breve in Mozambico

A dodicimila chilometri di aeroporti e di caffè, di corse e di attese, di cellulari scarichi e di risate nuove, in Africa, c’è il Mozambico.
E in Mozambico, a ore di macchina su strade di terra, buche e sassi, tra baobab e sacchi di carbone, tra capanne di fango e asini, ci sono le missioni di Changara, Boroma e Fingoe.
E questa è la mia storia. Nella missione.
Tre distretti della Diocesi di Tete, in zone distanti ma diverse tra loro soltanto per la vegetazione e alcuni gradi di temperatura.

Ma andiamo con ordine… io, Letizia e Melissa, dall’Italia.
Il viaggio verso Changara è stato solo il primo dei tanti che nelle nostre tre settimane di permanenza ci saremmo trovate ad affrontare. A bordo di un pick up, con un Padre missionario alla guida (a destra), una davanti e due dietro a sobbalzare, ascoltare musica africana e guardare sbalordite fuori dal finestrino. Col tempo avrei imparato anche a dormire, incurante delle frequenti battute di testa sul tettino.
Qui Padre Alone, Padre Lucas e Padre Abram portano avanti un “Internato”, ovvero una struttura che fornisce vitto e alloggio a bambini e ragazzi che frequentano le vicine scuole. A loro insegnano la preghiera, il canto, l’educazione e il rispetto per gli altri. Li responsabilizzano affidandogli piccole mansioni e soprattutto danno loro la possibilità di un’istruzione che, altrimenti – abitando in villaggi lontani dalle scuole – non potrebbero avere.
Come in tutte le missioni, anche a qui i Padri si occupano di evangelizzare le comunità circostanti e di portare aiuto concreto. In particolare a Changara vive un gruppo di anziani che sopravvive all’emarginazione sociale che in quasi tutta l’Africa le persone devono subire dopo essere diventate vecchie e improduttive.
Insieme a Padre Alone siamo arrivati in Zimbabwe, abbiamo fatto festa coi ragazzi e visitato case e anche partecipato a momenti di triste quotidianità, come un funerale e gli inconsueti riti che lo seguono.
Qui, come battesimo africano, abbiamo passato il tempo ad osservare e a fare domande, lasciando un po’ della nostra italianità tra  le prime, storpiate parole in portoghese e “mitiche” bruschette per cui verremo ricordate nei secoli dei secoli.

Un paio di giorni dopo, carichi di farina e di macchine da cucire, siamo in viaggio verso Boroma.
Boroma sorge sul Fiume Zambesi, ed è lì che è stata fondata la prima Missione alla fine del 1800 tra la vegetazione lussureggiante e la benedizione dell’acqua che permette di coltivare, di bere, di lavarsi e di fare tante altre cose che a noi sembrano totalmente scontate ma che in Africa – e lo scopriremo sempre di più andando avanti nei giorni – non lo sono affatto.
Qui si vedono donne che fanno il bucato o senza dover fare chilometri per approvvigionarsi di acqua o necessariamente aspettare la stagione delle piogge (che va da novembre e febbraio) ma con un occhio sempre attento: lo Zambesi è infatti popolato da ippopotami e coccodrilli…
Qui ci accoglie Madre Teresiña, una suora di origine brasiliana. Con lei conosciamo diverse realtà: dai mandriani con le mucche al pascolo, alle ragazze della scuola di cucito pomeridiana ai bambini della Scoliña (asilo).
Passiamo del tempo con questi ultimi: li vediamo accostarsi ordinatamente alla grande pentola in cui è stata appena cotta della polenta di miglio – cibo tipico di queste zone – ritirare tazza e cucchiaio e disporsi sulle stuoie a terra per mangiare il loro pasto. E poi ripetere in coro una sequenza di lettere scritte con un gesso sul pavimento, dondolarsi nelle altalene di corda e pneumatici, guardarsi il viso nelle foto dei nostri cellulari e ridere, ridere tanto.
Di loro portiamo a casa tanta vitalità, il rispetto che già in tenera età hanno l’uno per l’altro e la straordinaria indipendenza, nell’andare a scuola da soli già a poco più di due anni, nel lavarsi prima di prendere il piatto, nel fare la fila e mangiare in un modo così ordinato che sfido noi semplicemente alla cassa dell’autogrill.
E’ a Boroma che abbiamo passato il Ferragosto, trasportate sul cassone di un “carro” (auto) insieme a tante altre persone ma anche galline, borsoni, sacchi di semi… Lì abbiamo veramente capito cosa sono la fiducia e la generosità di questo popolo.
Nemmeno quelle che a noi sono sembrate interminabili ore – nell’attesa di un prete molto ritardatario – hanno minimamente destabilizzato tutte quelle persone che, pazientemente, hanno atteso la celebrazione della messa regalandoci lo spettacolo di un offertorio a dir poco inusuale sotto molti punti di vista. Tutte le donne disposte preventivamente fuori dalla Chiesa rientrano e, in fila per due, in una lunga danza al ritmo di bonghi donano alla Chiesa il poco che hanno: riso, pomodori, cavoli, farina. Ognuna col suo piccolo tesoro, ad affidare se stessa e la sua famiglia a Dio…

Il nostro percorso, quello di tre ragazze che non si conoscevano ma che – tra il parlare, mangiare, dormire e vivere questa straordinaria esperienza insieme – stanno diventando amiche vedrà la sua fine e contemporaneamente un nuovo inizio nei restanti 9 giorni che passeremo a Fingoe.
Sarà perché ci abbiamo passato molto tempo, sarà perché l’ho amata ancor prima di arrivarci attraverso i piccoli gesti di generosità che Padre Franco (padre missionario di origine torinese) ha rivolto continuamente verso i bambini che incontrava per strada, nelle sette ore di auto che ci separavano da Tete… Fingoe è stata per me LA Missione, la mia casa d’Africa.
Qui ho respirato l’umiltà dei fondatori, ho sentito sulla pelle l’affiatamento con la popolazione, ho visto negli occhi della gente la fiducia e la gratitudine che veniva sempre, sempre ricambiata.

Fingoe, la missione “in montagna” è giovane: 3-4 anni.
Qui i padri stanno tra la gente: le loro capanne si confondono perché sono fatte allo stesso modo: fango e paglia. Qui quando devo andare al bagno non posso fare più la schizzinosa a riempire la tavoletta di carta, perché tavoletta non ce n’è: una latrina, tra quattro lamiere. Da un anno, prima c’era una buca. Nella nostra capanna c’erano scorpioncini e insetti volanti delle dimensioni di una noce a fare compagnia la notte. Qui abbiamo capito davvero che noi alla fine eravamo anche fortunate perché bene o male il lusso di un materasso ce l’avevamo: molti, anche solo attraversando la strada no.
Qui, oltre allo storico Padre Franco, vivono anche Padre Edoardo, equadoreño, e Padre Giacinto, autoctono.
Quest’ultimo si impegna e dare supporto alla catechesi, all’educazione e all’istruzione di bambini di età diverse, dai 4 ai 12 circa e lo fa grazie anche all’aiuto di ragazzini poco più grandi, pieni di spirito e di voglia di fare.
A Padre Edoardo è affidata l’evangelizzazione delle comunità circostanti: realtà difficili, a volte al limite, dove l’unico conforto non può arrivare che dalla voce di Dio.
E poi tante altre persone strette intorno alla Missione: persone del luogo che con il vantaggio di conoscere la lingua del posto (dialetto africano) possono fare da interpreti o portavoce tra i Padri e le comunità più indietro.
Insieme a queste persone e alla loro generosità i Missionari della Consolata stanno portando avanti un progetto per istruire le Mulheres, cioè le donne, su lavori di cucito, piccole coltivazioni, manovalanze varie.
Qui abbiamo, oltre che come sempre dato una mano come potevamo, anche lasciato un segno indelebile del nostro passaggio: la scritta dipinta a mano sull’insegna della missione.

Andare via da Fingoe, tornare dall’Africa, dopo un viaggio che avrebbe dovuto durare 23 giorni e che invece è diventata la storia di una vita, di tante vite: la mia, quella di Letizia e quella di Melissa che non dimenticheremo mai questa esperienza, che porteremo nel cuore i tutti i sorrisi che abbiamo visto, tutte le risate che ci siamo fatte, tutto il tempo che abbiamo perso.. che dovevamo arrivare fino al sud dell’Africa per capire che non c’è tempo migliore.
Di noi, che torneremo qui.
Le vite di quelle persone che attraverso i nostri ricordi vivranno di quei luoghi, di quella gente. E che si faranno domande.
Le vite di chi è là, che non sono cambiate perché sono passata io, ma che non sanno quanto il loro passaggio ha cambiato la mia.
..che sarà diversa, che lo è già. Che prova ad iniziare sempre con un sorriso, che chiude il rubinetto dell’acqua o spegne la luce di più di frequente, che cerca di correre di meno e di godere di più e di dare di più.

“Basta una persona, un gesto, un momento per cambiare la tua vita per sempre, per cambiare la tua prospettiva, colorare il tuo pensiero. Un momento può costringerti a riconsiderare tutto quello che credi di sapere. Sai chi sei? Capisci cosa ti è successo? Vuoi vivere in questo modo?”

1439232905717 IMG_4771 IMG_5383 IMG_5712 IMG_5757 P_20150819_175605_1

Pubblicato in Lettere dall'Africa, Lettere dalla missione

Per capire l’Africa, devi viverla – Melissa, esperienza breve in Mozambico

Durante la breve permanenza in Africa, più precisamente in Mozambico, ho elaborato una frase: “PER CAPIRE L’AFRICA, DEVI VIVERLA”.
Eggià! Numerosi servizi giornalistici e documentari non fanno altro che sottolineare la povertà che caratterizza il “continente nero”. Ma l’Africa, o quel poco che ho visitato, non è povera assolutamente.

Quei luoghi vivono dei sorrisi e della spensieratezza dei suoi bambini, che scalzi e con vestiti stracciati emanano energia e capacità di industriarsi e adattarsi a tutte le ore del giorno.
Quei luoghi si adoperano con il lavoro, la dedizione delle donne continuamente indaffarate tra la famiglia, la casa, e il lavoro pur umile che sia. Molte dedicano il loro tempo alla parrocchia e ai progetti di crescita e socializzazione che essa propone.
Quei luoghi camminano grazie alla “correzione fraterna”. Ho visto bambini impossibilitati a frequentare la scuola che si lasciavano istruire da ragazzi poco più grandi di loro. Persone adulte sempre pronte e disponibili ad aiutarsi e a collaborare.

Io, Ilaria e Letizia siamo state accolte da Inácio Saure, vescovo della diocesi di Tete. Durante le 3 settimane abbiamo partecipato, in parte, all’assemblea diocesana che ha radunato circa 200 preti della diocesi. Inoltre abbiamo avuto modo di visitare diversi villaggi come Changara, Fingoe e Boroma.

Villaggi molto diversi tra loro, dal punto di vista del paesaggio, del clima e della vegetazione. Ma aldilà di queste diversità, ho trovato molti punti in comune, molti punti di forza. Come ad esempio la presenza (molto) partecipata dei giovani durante la Liturgia. Attenti alle parole del parroco e sempre pronti a servire l’altare, come chierichetti oppure con danze che inneggiavano lode al Signore, l’amore verso quel Dio che stavano celebrando.
Tutti, e sottolineo tutti, ci hanno ospitato nelle proprie capanne come fossimo delle regine, dallo stringerci la mano al cederci la sedia pur di mettersi loro seduti a terra.

Infine, un ricordo che porto vivo dentro di me, sono i sorrisi che i bambini avevano sul loro volto e la serenità nei propri cuori che trasmettevano con i loro occhi; serenità che mi porto tutt’ora nel cuore con la speranza che mi accompagni per la vita.

Ps: oltre a ripercorrere i ricordi, ci tengo a ringraziare tutti, dal Vescovo di Tete ai padri missionari che ci hanno accolto. Esempio vivo di evangelizzazione tra i popoli, che non hanno nulla, ma vivono della e nella grazia di Dio!

E un grazie particolare al C.M.D. che mi ha permesso di vivere questa bellissima esperienza.

Melissa Cinquino

WP_003038

 

Pubblicato in Lettere dall'Africa, Lettere dalla missione